1973 maggio 20 Scandali e onestà

1973 maggio 20 – Scandali e onestà

Nel 1964, in primavera, il controllo anti-doping segnala amfetamine
nella pipì di cinque giocatori del Bologna. La
relativa
penalizzazione, le squalifiche e la sospensione di Fulvio Bernardini
spostano in pratica lo scudetto dal Bologna all’Inter.
In un clima da “western all’italiana”, spariscono improvvisamente le
provette consegnate al laboratorio di Firenze da un capitano dei
carabinieri. Con formula dubitativa, la Caf assolve perciò in appello
il Bologna per “non aver potuto avvalersi della prova contestuale
sui reperti sequestrati dalla Magistratura”. Ristabilita la classe, il
Bologna vince lo scudetto, spareggiando a Roma con l’Inter.
Si chiude così quello che Ghirelli definisce: “Il caso più scandaloso,
più confuso e risibile dell’intera storia del calcio italiano”.
Nel 1966, d’agosto se ricordo bene, Edmondo Fabbri consegna
alla stampa un memorandum in cui l’1-0 di Corea-Italia a
Middlesbrough viene spiegato con una “congiura di toscani”,
Franchi e Fini, secondo strumentazione degna dei Borgia. Su
istigazione di Franchi, il medico Fini avrebbe svuotato d’energie i
nostri giocatori per far rotolare nella sconfitta la testa e la gestione
di Peppone Pasquale, allora presidente della Federcalcio. Fini
querelò Fabbri, la federazione cacciò il “piccoletto”, un tris di
magistrati condusse l’inchiesta concludendo che Franchi era
gentleman senza macchia.
Nel 1970, nella lista degli arbitri europei selezionati per i mondiali
del Messico, appare Sbardella e non Lo Bello. La scelta dell’Aia-
Fifa fa choc. In un’intervista mai smentita a Gualtiero Zanetti, Lo
Bello dice tra l’altro: “Tronco immediatamente la carriera arbitrale…
E’ chiaro che l’operazione è stata condotta di concerto fra diverse
persone e mi complimento per il loro successo. Oggi so che
l’inghippo può prevalere sulla giustizia”.
Nel 1972, dopo un rigore di Michelotti, Rivera lancia un pesante
dossier per denunciare una congiura anti-Milan. Il colore della
“pista” non è chiaro ma, sotto sotto, il designatore arbitrale
“mandante”. Fra
Campanati viene bisbigliato quasi come
ritrattazioni e ambiguità, Rivera subisce dura squalifica.
Il
testimone del suo “j’accuse” passa tra le mani di un eccentrico
frate, Padre Eligio, cappellano del Milan.
nel 1973, dopo Lazio-Milan, Buticchi scaglia una manciata di dubbi
su Lo Bello, presunto persecutore di Rivera. Petroliere qual è,
Buticchi pare convinto che anche nel football, per arrivare al

giacimento, sia prima obbligatorio trivellare parecchio fango. Quasi
contemporaneamente, Padre Eligio entra in tribunale e lancia sul
campionato l’ombra dei “cronometri da un milione”, a suo parere
destinati ad arbitri allevati dalla Federazione nell’incubatrice del
consumismo.
Ho citato cinque storielle, nel giro di una decina d’anni. Come
media nazionale non c’è nemmeno da essere pessimisti visto che
tutte le Società in crescita sono ricche di scorte, prezzo della
libertà. Piuttosto, lascia perplessi una constatazione: di tutti i
personaggi citati, nessuno che abbia sentito la vocazione del
Cincinnato, recuperando il silenzio della propria privacy. Soltanto
Pasquale diede le dimissioni, nel ’67, per slittare dall’editoria
sportiva alle banche in Svizzera, alle speculazioni sul burro, al
dissesto, al carcere.
I casi “Watergate” non appartengono al costume nostrano: negli
USA, spariscono i ministri; in Italia, la poltrona è sacra, “Dio me
l’ha data, guai a chi la tocca”. E dunque il calcio italiano affiora e si
insabbia, dà in smanie e si placa presto. Alla fine, ci si ritrova tutti
a braccetto, sempre gli stessi, accusatori e accusati, nel nome
dello Sport e della noia per i Savonarola.
Oggi, il campionato fa strip-tease, sino all’ultimo velo, per scudetto
e retrocessione. Il pubblico fiuta l’aria e purtroppo annusa sospetti,
come se cui campi di gioco crescessero derby al posto di fili
d’erba. E’ questo il risultato di troppe parole lasciate cadere nel
lassismo della Federcalcio e di tutto l’ambiente.
Contro tale perdita d’ossigeno, dobbiamo augurarci che, se “giallo”
sarà, lo sia almeno fino in fondo, fino all’ultima riga, chiarito, con il
nome del killer, di chiunque si tratti. Ma soprattutto, e contro ogni
scetticismo, dobbiamo sperare in 90′ di onestà. Onestà vera, non
di cornice, esteriore, come nella definizione che Flaubert ne diede
nel sarcastico dizionario delle idee correnti: “Onestà: ottima
insegna per un negozio: ispira fiducia”. Alle insegne non crede
oramai più nessuno.