1999 In morte di un padre suicida

1999 – In morte di un padre, suicida per i figli

A Sottomarina i funerali di Marino Boscolo “Nata”, di Marco e Roberto

Oggi, alle 15.30, nella chiesa del S.Spirito, a Sottomarina, si celebrano i funerali di Marco e
Roberto Boscolo, morti in un incidente, e del loro padre, Marino, suicida per il dolore.

A Chioggia i Boscolo sono più di ottomila, quasi tutti “marinanti” di Sottomarina, come i Tiozzo,
altra stirpe numerosa, quasi 2.500 all’anagrafe. Un po’ come i romani, divisi per “genti”, hanno
bisogno di un secondo cognome per farsi identificare soprannomi collettivi le cui origini si perdono
nella notte dei tempi e dei dialetti ma che vengono registrati anche sulla carta d’identità.
Marino Boscolo, anni 55, vien detto “Nata” forse per il bitorzolo di un qualche antenato. Anche i
“Nata” sono tanti, almeno 250, e quindi si servono di ulteriori identità. Marino Boscolo “Nata” è
detto in più “Micia”, cioè “miccia”, probabilmente in omaggio a famiglie di carattere, sanguigne,
piene di sole, di colore e di salsedine come Chioggia, fabbrica di marinai coraggiosi e di scorci che
da due secoli attirano pittori. Marino fa il “pessàro”. Una volta i pessàri andavano a vendere il pesce
in bicicletta, con la cassetta bene in vista sopra il parafango.
Adesso usano modernissimi camion-frigorifero, vanno per mercati del Veneto con lo stesso ondoso
accento chioggiotto di ieri ma con tutte quel che serve oggi: per un ambulante, farsi il camion
all’ultimo grido è come prendere la laurea in piazza.
Marino Boscolo “Nata” “Micia” ha otto fratelli e due figli maschi, Roberto e Marco, 26 e 24 anni,
due belle facce. E’ tutta brava gente, padre, figli, e Angelina, la mamma. “ Gente onesta”, è il
giudizio di don Lino Rebellato, parroco di Santo Spirito, a Sottomarina che un tempo era un’isola e
ora un braccio allungato tra il mare e la laguna. Il lavoro tiene insieme il gruppo. Il lavoro è un
modo di amare e di con-dividere i sentimenti anche quando il tempo potrebbe spargervi sopra il
sale.
Roberto e Marco sono tipi comunicativi, sanno trattare con la gente, si fanno stimare. Marco ha
anche frequentato per un paio d’anni l’università, ma poi è tornato al banco, al camion, al mercato, ai
profumi e alla “vuccirìa” del pesce. Sono ragazzi svegli, e il padre Marino sembra il loro fratello
maggiore più che il padre, veste come loro, è svelto come loro, s’intendono come tutti i “ pessàri”,
una vocazione di contrada e di famiglia.
E’ un mondo che porta rughe antiche ma volti nuovi, una Chioggia popolare con la vitalità di
aggiornati fai-da-te. Non si sta mai fermi un minuto, impossibile, perchè ciascuno trasferisce nel
privato i ritmi del lavoro, non viceversa, senza pausa. Si va, si parte, ci si dà da fare, chi si ferma è
perduto, sempre, anche nel divertirsi.
E’ un giorno di festa quello, festa del lavoro, la loro festa. Piove a dirotto la sera, ma gli amici
aspettano per finir bene la nottata. L’ Alfa 156 aspetta sottocasa, Marco e Roberto tranquillizzano il
padre che aveva insistito perchè lasciassero perdere Porto Rose e un salto alla roulette.
La loro roulette sarà il destino, padrone di fissare gli appuntamenti a nostra insaputa. Guida un
amico, poi i cellulari tacciono di colpo.
Squilla a casa la voce di un infermiere: “ Marino, vieni in ospedale, Marco e Roberto stanno male”.
Accade sempre così, ed è finita, a volte. Marino Boscolo “Nata” “Micia” trova freddi trent’anni
della sua esistenza, tutto azzerato pare a lui, l’intera vita di un attimo prima è già ricordo. Anche lui
si sente freddo dentro, non ha più nessuno da aspettare.
Non più.
Di un incidente non suo, uguale a tanti di una guerra quotidiana mai dichiarata che fa da 7 mila
morti all’anno, si sente colpevole come se fosse stato al volante dei suoi figli. Colpevole, forse, per
non averli trattenuti abbastanza, forse di non essere salito con loro. Forse, di non aver potuto
rompere la concatenazione dei gesti, e a volte ne basterebbe fatalmente uno, pur infinitesimale, a
spostare nella vita di una persona tutte le lancette del tempo e ogni confluenza dello spazio. Una
possibilità soltanto di Dio, questa, non nostra.
E’ solo con l’alba e con i suoi pensieri, Marino Boscolo “Nata” “Micia”. Si convince che un padre

avrebbe sempre potuto fare qualcosa di più, e più ne dubita più se ne convince. Non sa che tutti i
padri hanno sempre rimorsi e che, spesso, il rimorso non è che l’impossibilità di un’alternativa. “Chi
può penetrare l’ultimo inconscio?”, si chiede don Lino.
Se avesse potuto raccontare il suo suicidio, “Micia” avrebbe detto poche parole. Probabilmente
queste: o come queste: “Spero che almeno mi capiscano tutti i padri come me, ma sarebbe meglio
per tutti che a capirmi fossero tutti i nostri figli”.
Il dramma di questo dramma è la malinconia, avvolta nelle cronache come nei mantelli scuri della
Chioggia di un tempo. Una malinconia che ha fatto morire.