1994 agosto 7 Ma che cos’è questa Seconda Repubblica?

1994 agosto 7 – Ma che cos’è questa Seconda Repubblica? Mettiamoci d’accordo

Finalmente un giudizio che rende giustizia a Giovanni Spadolini. Viene dal sindaco di Firenze, Giorgio
Morales, che ieri nella incantevole Basilica di San Miniato al Monte ha affermato: «È morto
prematuramente in quanto – a differenza di ciò che hanno scritto – egli sarebbe stato ancora molto utile
alla Repubblica». Ma certo, è proprio così. Utile alla Repubblica, non alla prima o alla seconda, ma alla
Repubblica, intesa come forma non effimera dello Stato. Lo ha ucciso il cancro, non la sconfitta politica
e meno che meno il rigetto di fronte, al magma di oggi e di domani. All’amico Andrea Manzella, che lo
ha ricordato su «Repubblica», aveva telefonato di recente: «La guarigione sarà lunga, ma io posso
scrivere. Voglio tornare presto a farmi sentire». Altro che resa e tramonto di un’epoca. A Venezia ci
aveva confessato di non sopportare «l’autoflagellazione» dell’Italia, forse perché la prima lezione laica
raccomanda di guardare sempre in faccia il presente. Senza abbassare lo sguardo, per «farsi sentire». La
scomparsa di Spadolini fa riflettere più che mai su che cosa s’intenda per seconda Repubblica. Qualcuno,
in odio a Berlusconi, la considera già una roba del Cavaliere; altri ritiene che il cambiamento si sia ormai
concluso e che a questo punto basti governare un po’ meglio che nel passato. Le cose sono molto diverse.
Così come sta, la seconda Repubblica è tuttora poco più di zero. Ha innovato il potere esecutivo, ha
portato la destra al governo, ma un governo non fa Repubblica. Soprattutto la nostra. Sarà seconda
soltanto quando muterà la sua identità, una e federalista. A Brunico, l’altra estate, Spadolini ci
raccomandava questa equazione istituzionale: «Più fioriscono le autonomie, più l’idea di unità sta in
piedi». Frenava, ma ammetteva che lo Stato era vecchio, in panne. Sul federalismo siamo in ritardo da
pazzi, nonostante la Lega Nord e Massimo Cacciari. E sì che basterebbe riprendere in mano i tanti fili
delle migliori culture e delle migliori teste: da Gaetano Salvemini ad Altiero Spinelli e Adriano Olivetti,
da Don Sturzo a Gramsci, il federalismo esiste nella tradizione italiana, a sinistra come tra i cattolici e
tra i liberali. Non è figlio di nessuno, anche se Bossi ha avuto il merito di adottarlo. La seconda
Repubblica dell’altro. Una legge elettorale coerente, che dovrà agganciare al federalismo l’elezione
diretta del premier. E una legislazione semplificata: le troppe norme sono già un problema degli Stati
Uniti dove il Rapporto Clinton si è posto il traguardo di ridurle a metà nel giro di tre anni. Figuriamoci
in Italia, detentrice del primato mondiale in materia. Sarà seconda Repubblica soltanto mettendo il bisturi
anche nell’amministrazione. La chiamano «rivoluzione» con un po’ di enfasi consolatoria, ma la
macchina resta sempre la stessa: non è cambiato un solo funzionario nei ministeri come in Regione
Veneto o in Comune a Venezia. Ma chi ha fatto da palo a Tangentopoli o da burocrazia di tappo? Sarà
inevitabile un ripensamento culturale a 360 gradi dopo tanta corruzione del senso dello Stato. Il caso del
presidente Pivetti spiega come stanno le cose meglio di cento commenti: è bastato che alla Camera
facesse rispettare i tempi del dibattito anche al leader del suo partito di provenienza, Bossi, perché si
meritasse elogi da «divina» in su! Abbiamo talmente smarrito il culto della legge (uguale per tutti) e della
regola (che rifiuta privilegi di parte) da scambiare per gesto eccezionale quello che è semplicemente
dovere d’Ufficio. Oggi in libera uscita, la politica dovrà presto ritornare a casa, darsi un tetto un po’ meno
precario e una nuova disciplina. Questa Repubblica tutta da costruire, e in affanno soprattutto
culturalmente, sarebbe stata pane per i denti proprio di uno Spadolini. I popoli vivono di esempi e di idee
oltre che di governi e di pragmatismo. Questo non è tempo da piagnoni e prediche, da eterni predicatori
dell’impossibile e schifati denigratori del possibile. In fondo, siamo tutti operai di una grande fabbrica
politica chiamata a innovare il prodotto. Buttiglione tenta di dare una risposta alla questione cattolica.
C’è una questione socialista: morto il Psi, non può morire con lui un’ideale di tolleranza, di giustizia
sociale, anche di efficienza. Una questione liberale: troppe volte il liberalismo viene spotizzato come la
carne per il micio, adulterando a man bassa i suoi valori. Una questione della sinistra: il cui travaglio è

cresciuto molto più della capacità dei suoi leader di guidarlo. Sì, Giovanni Spadolini si sarebbe fatto
sentire.

7 agosto 1994