1983 Gennaio 20 Mazzola e Rivera nostalgia a Milano

1983 Gennaio 20 – Mazzola e Rivera nostalgia a Milano

Me lo spiega il sindaco craxiano Carlo Tognoli , statura fanfaniana, gli occhialetti che
s’immaginano sul naso di un fisico :” Questa – dice – è un’operazione di simpatia e di nostalgia. Se
poi il calcio appartiene all’effimero, esiste anche un grande effimero”.
Da stasera in Piazza Duomo e per una decina di giorni, la mostra riservata dal Comune alle
“Persone che hanno fatto grande Milano” rende omaggio a Sandro Mazzola e a Gianni Rivera, che
l’ineluttabile enfasi celebrativa definisce “il Raffaello e il Michelangelo del rinascimento calcistico
ambrosiano del dopoguerra”. In termini pragmaticamente più milanesi, si può onorare una città con
i soli piedi: ci riuscirono tra gli anni ‘69 e ’70 due campioni che una sineddoche tutta popolare
identificò con l’Inter e il Milan. La parte per il tutto.
“Ricordo due derby a San Siro – riflette Gualtiero Zanetti – con 80 mila persone che scandivano
soltanto i loro due nomi.” Era il derby tra Mazzola e Rivera, non tra Inter e Milan. Primatista della
“Gazzetta dello sport” con 14 anni di direzione, Zanetti ammette: “Anche se Rivera e Mazzola ci
hanno giocato un po’ sopra, le loro grandi liti facevano tiratura. Furono un affare editoriale”.
Da ragazzo chiamavano Mazzola “pastina glutinata” e Rivera impressionò i suoi primi osservatori
soprattutto per la gracilità. Nati non-atleti, furono assi di rapidità e di stile. I riflessi di Mazzola
erano nel gol, l’inventiva di Rivera nelle offerte di gioco. Vestivano di una inconfondibile finezza il
calcio di bulloni e stinchi, alla lunga raccogliendo pepite di classe seminate da Peppino Meazza.
Certi dribbling di Mazzola erano circuiti elettrici e Budapest li rammenta ancora. Certi lanci di
Rivera portavano guanti ai piedi. Contemporanei nel sublimare virtù parallele, mai si incontrarono
se non per separarsi tant’è che fu impossibile a chiunque guardarli con neutralità.
Le “grandi firme” presero tutte partito. Zanetti per Mazzola, con qualche tardo pentimento. Ghirelli
e Palumbo, entrambi napoletani, per Rivera che ai loro occhi aveva forse più sole nel celebre “tocco
in più”. Palumbo e Brera vennero alle mani, una domenica in tribuna a Brescia, anche se la
predilezione di Brera per Mazzola era soltanto tattica. A entrambi Brera negava la patente di atleti,
erano dei deliziosi “abatini”, “grandi mezzi giocatori” come splendidamente li definì.
C’era molta teatralità, e l’attore finiva con l’annichilire persino il testo. Gli occhietti allusivi di
Mazzola, l’espressione sempre un poco stupita di Rivera divennero per anni quotidiana scenografia
dei giornali. E non era una questione meneghina, anzi italiana.
L’allora direttore di “Tuttosport” di Torino, Giglio Panza confessa: “ Da piemontese giusto, non
coglione, approvo che Milano li ricordi in modo particolare, perché diedero qualcosa anche ai non
milanesi”. Lino Cascioli, inviato del “Messaggero” di Roma, aggiunge: “Prima di Mazzola e Rivera
si tifava soprattutto per la squadra della propria città. Con loro, la geografia del tifo cambiò”.
Quella degli anni sessanta era anche la Milano giusta per divertirsi con due primedonne del calcio
fatto popolo. La Torino dell’immigrazione Fiat e la Milano dell’intraprendenza piccolo-medio
borghese erano le due cattedrali del boom economico. Dopo la dittatura, la guerra, due occupazioni
e la sconfitta, l’Italia era più impegnata a rifarsi che a ripensarsi. Garzanti aveva pubblicato la nuova
bibbia del Privato, “Benessere per tutti”di Ludwig Erhard, ministro tedesco dell’economia,
riassumibile in un paio di righe: “la libertà di consumo e la libertà di attività economica debbono
essere sentite dalla coscienza come diritti fondamentali”.

I trenta piani del “Pirellone” sono un’antenna sull’Europa. Scoppia l’edilizia, il cemento mangia
l’erba; il campetto che vide l’adolescente Mazzola inseguire la leggenda del padre Valentino
sarebbe stato destinato alla centrale del latte. Il tempo dell’agonia è finito e Milano si presenta con il
lavoro.
“Milano – ricorda ora Bearzot – non si chiude mai a chi la cerca, è una città che apre le braccia. E’
buia, ma prende luce se la giri a piedi. E ha bellissime chiese”. La città aperta viveva Mazzola &
Rivera come una baruffa del tempo libero, mentre Inter e Milan scorazzavano in Europa e in
Sudamerica con Jet carichi di mecenati e di “bella gente”, l’affluente società di un’Italia sempre più
industrializzata e sempre meno contadina.
Nella finalissima mondiale del 1970 a Città del Messico, a Rivera furono concessi soltanto gli
ultimi sei minuti di partita, il che indignò più di mezza Italia. Eppure la parabola era già in discesa,
sia per Milano che per le sue due bandiere di football. Il 1969 aveva portato Piazza Fontana e, con
premonizione di tragici anni, Einaudi pubblicava nel 1970 l’edizione integrale de “La cognizione
del dolore” di Carlo Emilio Gadda. La lenta, reattiva eclissi dei due campioni accompagnava il
tramonto del boom all’italiana.
Con Mazzola e Rivera stasera Milano diventa Città di Nostalgia, ma c’è chi non ci sta, come Gianni
Brera, disincantato fino al disprezzo nel liquidare i suoi abatini. “Era tutto un artificio – mi avverte
– Rivera e Mazzola li abbiamo inventati noi; Rivera poi era un inganno, aveva bisogno che altri
corressero per lui. Il fatto è che gli italiani sono fondamentalmente scemi, hanno sempre bisogno di
stare da una parte, Papato e Impero, Girardengo e Binda, Bartali e Coppi, Mazzola e Rivera. In
verità, non hanno fatto grande Milano: Milano ha dato loro più di quanto abbiano dato a Milano”.
In una Città di splendenti tormenti, nemmeno la nostalgia è un sentimento banalmente scontato.