1990 settembre 27 L’«ira» di Cossiga

1990 settembre 27 – L’«ira» di Cossiga

LOTTA ALLA MAFIA. Clamoroso intervento al Csm
«Reagiamo subito, per evitare leggi eccezionali»
Caso Orlando: «Nessuno deve minacciare l’unità»

Cossiga, capo dello Stato, reputa che la mafia sia esiziale più dello stesso
terrorismo br perché ha già sotto controllo part del «territorio» nazionale. E il
territorio, insegna l’abc del diritto pubblico, è il primo elemento costitutivo di uno
Stato.
Forte a Palermo di 70 mila voti di preferenza alle ultime elezioni, l’ex sindaco dc
delle capitale della mafia – Orlando – si dichiara «fiero» di individuare in Andreotti
il leader di una Dc che nella più benevola delle ipotesi non fa nulla per spogliare il
crimine organizzato delle complicità politiche e affaristiche.
Il procuratore aggiunto di Palermo – Falcone – confessa: «I giudici sono pronti a
fare il loro dovere, ma sono ormai stanchi di essere birilli in attesa che che venga
il turno di essere abbattuti… La magistratura è stanca, sfiduciata, oppressa da una
cupa rassegnazione… Parliamo tanto di riciclaggio di denaro sporco, ma quanti
sono i magistrati in Italia in grado di fare indagini di questo tipo?».
Il segretario di uno dei partiti di maggioranza – La Malfa – accusa il governo di non
aver preso «nessun provvedimento» in grado di imprimere una svolta nella lotta
alla criminalità. Sulla stessa lunghezza d’onda del Pri, il Psi definisce una
«marmellata» la relazione di Andreotti sulle iniziative del Governo.
Si potrebbe continuare con gli attestati: la mafia gode ferrea salute. Forse può esser
vero, come spera il capo della polizia, che si stia frantumando in clan sempre più in
concorrenza tra loro ma è un lusso che si può tranquillamente permettersi senza
indebolirsi. Perché, in ogni caso, a fronteggiare l’anti-Stato c’è uno Stato assai più
frammentato, tristemente noto per lo scarso coordinamento, a volte persino
dissociato tra leggi e apparati, tra inquirenti e istituzioni.
Anche se molti indizi non fanno una prova, nutriamo da tempo un più che fondato
sospetto, e cioè che la mafia metta all’attivo persino i momenti di apparente
mobilitazione contro il suo potere. Il riscontro è molto semplice: dopo gli appelli
all’unità, le divisioni si fanno addirittura più aspre; quando si tratta di passare dalle
diagnosi alle risposte, la classe politica si paralizza nei processi incrociati.
Fino a ieri urlavano le madri, le vedove, gli orfani. Ieri ha gridato la sua «ira», le
sue «scuse», la sua impotenza, il suo malessere lo stesso capo dello Stato, con una
carica di emotività che ha il pregio di radicalizzare nelle coscienze un dramma
nazionale ma che svela fino allo sconcerto la misura del fallimento.
Strano. Nel momento in cui sembra che Cossiga e Orlando rappresentino due
opposte culture dell’antimafia, il capo dello Stato ha in fondo scelto lo stesso
metodo dell’ex sindaco di Palermo. Non parla più, grida: che almeno non prevalga
il silenzio o il sussurro.