2003 Italia Finlandia

2004

Qua e là sento e leggo che liquidando la Finlandia “abbiamo cancellato la Corea”! Ma non diciamo
fregnacce. La Corea, cioè l’ultimo truffaldino Mondiale, potrà essere cancellato soltanto
bonificando i clan degli arbitri internazionali: non per scippare favori ma nemmeno per incassare
colpi bassissimi.
Per riuscirci, la prossima volta occorrerà farsi furbi e diventare un po’ più influenti. A quel punto si
giocherebbe alla pari e, dunque, per vincere da soli o perdere senza scusanti.
Non c’è altro modo di mandare davvero in archivio le ladrerie (loro) e le puttanate (nostre)
consumate al fu mondiale coreano. Che c’entra adesso la Finlandia? Meno di niente.
La Finlandia è un Paese che non si può non amare. Forse perché indipendente soltanto dalla fine
della prima guerra mondiale, manifesta un suo sobrio stile nazionale anche in condizioni di
manifesta inferiorità. Ha un territorio più grande dell’Italia, ma una popolazione tredici volte
inferiore.
Loro giocano a calcio come sono, ricchi di bandiera, di boschi e di ferro. Sembra una squadra di
conifere bionde, fisicamente forte, con schemi tipicamente nordici, mai palleggiati. Immaginare la
nascita di un Totti finlandese sarebbe come produrre in provetta un Vieri giallo con gli occhi a
mandorla. Con i geni, anche culturali, non si scherza.
Il 2-0 alla Finlandia, che occupa il 42° posto nella graduatoria delle Nazionali, rientra nell’assoluta
normalità, niente di più, niente di meno. Piuttosto, trovo curiosa tutt’altra faccenda. Non abbiamo
più una sola Nazionale; ne abbiano un’intera serie, carrozzate l’una diversa dall’altra.
C’è la quattro porte, che punta soprattutto sul quadrilatero dei mediani. C’è la decapitabile ventosa
di contropiede, per un solo centravanti alla Vieri. E ci sarebbe in panchina la vecchia coupè, a due
posti in area con Inzaghi.
Se poi sta bene Del Piero, cambia tutto. Se Montella esce dal bunker della malinconia, è un’altra
storia ancora. E Miccoli, il bassotto, prima o poi bisognerà legarlo con la catena alla panchina per
impedirgli di correre in campo anche senza il fischio a due dita del Trap.
Con tante varianti è sempre un bel vivere ma fino a un certo punto, nel senso che da metà campo in
su il tecnico dispone di tutta gente in unico esemplare. Non c’è un solo goleador o un solo
specialista dell’ultimo passaggio che assomigli nemmeno vagamente all’altro. Una Nazionale di
prototipi, si direbbe.
E’ falso che siano interscambiabili. Se c’é Vieri in prateria avanzata, puoi sparargli il lancio come
un Blason per Milani nel preistorico Padova di Rocco. Con Inzaghi e Montella, conviene invece
lavorare meglio l’azione.
In questo senso, Totti e Del Piero andrebbero benissimo anche come materiale didattico destinato
alla scuola per allenatori. Dimostrano un paradosso: possono fare cose siamesi senza essere
nient’affatto gemelli. A volte, diventano alternativi, a volte fungibili.
In poche parole Trapattoni non ha a disposizione una delle solite panchine lunghe ; dentro uno fuori
l’altro e buonanotte. Allena in pratica una, due, tre, quattro Nazionali, a modulo variabile. Quando
opta per un attaccante piuttosto che per un altro, deve abbinarlo alla squadra 1, 2, 3 oppure 4 della
serie tattica.
Se penso alle Nazionali che ho seguito con macchina da scrivere a tracolla dal 1963 al 1984, non
mi torna in mente una squadra così personalizzata, con schemi altrettanto dipendenti dal titolare di
turno.