1995 dicembre 10 C’è il trucco il molto presunto federalismo fiscale

1995 dicembre 10 C’è il trucco il molto presunto federalismo fiscale

Babele è tra noi, bisogna stare con gli occhi aperti. La legge Finanziaria 1996 segnala di giorno in
giorno la confusione delle lingue, la corruzione delle parole.
Prendiamo l’esempio più appariscente. Ad ogni piè sospinto finisce in prima pagina e nei titoli di
apertura dei telegiornali il “federalismo fiscale” Se fosse vero, ne saremmo soddisfatti, ma è un trucco.
Per federalismo fiscale si dovrebbe intendere la riforma delle riforme, cioè l’autonomia impositiva,
in parole poverissime la possibilità per regioni e Comuni di erodere il monopolio dello Stato sulle
imposte oggi statali per una quota superiore all’80%. Ne verrebbero premiati la responsabilità e il
controllo nell’erogazione dei servizi ai cittadini, oltre che la lotta all’evasione.
Tra un emendamento e l’altro – erano 4000! – il presunto “federalismo fiscale” assume al contrario
le seguenti caratteristiche: somma nuove tasse ad altre già esistenti, rincara le imposte, dà vita ad
addizionali, trasforma gli enti locali in gabellieri di tributi statali maggiorati, a cominciare dalla
benzina. E del resto è impensabile che una riforma fiscale passi nella precarietà parlamentare, tra
agguati, voti disarticolati l’uno dall’altro, deleghe che vanno e vengono, provvedimenti sballottati
incoerentemente tra commissioni e aula.
Nella migliore delle ipotesi, da una Finanziaria preoccupata solo di rastrellare denaro, si potrebbe
ottenere un brandello di federalismo fiscale, ma nemmeno questo sta accadendo. Non parliamone
proprio se non vogliamo prenderci in giro.
Gli esperti danno per assodato che la riforma fiscale degli anni ’70 abbia in gran parte fallito i suoi
obbiettivi. Ragione in più per porre urgentemente mano al federalismo come ristrutturazione del fisco,
non sua eterna parodia.
Beninteso, qui niente è facile. Con uno Stato nelle condizioni del nostro, non si sa mai da che parte
cominciare. Ma se si decide di riformarlo, sono tassativamente da evitare riforme a singhiozzo, di
giornata, le finte riforme.
Non ce lo possiamo più permettere, perché il caso-Italia paga guai per la gran parte strutturali e
cronici. Le riforme tampone avrebbero l’effetto dell’acqua fresca. Basti pensare all’evasione fiscale.
Lo Stato è incapace persino di misurarla, oltre che di metterla sotto controllo. Poiché non ce la fa a
tassare tutti, chiede troppo a chi paga le tasse inducendo molti a ritenere alla fine che evadere sia un
diritto all’autodifesa.
Non dobbiamo farci illusioni, dato che l’anomalia italiana è tanto profonda da alimentare per legge
una colossale elusione di Stato attraverso i Bot! Senza i risparmiatori che li trovano convenienti, lo
Stato sarebbe costretto a dichiarare la bancarotta ma i Bot restano convenienti soltanto perché lo Stato
rinuncia a tassare la rendita finanziaria.
Così come lo conosciamo, lo Stato centrale ha fallito nell’amministrazione delle risorse e degli
investimenti. In sé, non è né buono né cattivo, ma non ha funzionato e vede di anno in anno scemare
la sua efficienza, oggi al 50 posto tra i paesi dell’Ocse.
L’impresa di riformarlo alla radice è talmente faticosa e complicata che, per riuscire, dovrà fare totale
chiarezza. Se si parte barando sulle parole, di federalismo fiscale ne parleremo alla fine non all’inizio
del terzo millennio.