2000 ottobre È nato il federalismo che non ha un nome

2000 ottobre ? – È nato il federalismo che non ha un nome
È l’Innominato, direbbe Alessandro Manzoni. Se scivola via anche in Senato, entra nella Costituzione il
federalismo senza nome: si pronuncia «federale» ma non lo si scrive. I quotidiani titolano a nove
colonne che il «federalismo» ce l’ha fatta, ma agli atti il termine non risulta. Non so come faranno i
giornalisti stranieri a spiegare a lettori meno disincantati dei nostri perché una riforma rinunci a
definirsi. Sento già gli inglesi: l’Italia è un Paese pittoresco, sul quale diventa esercizio inutile porsi
tante domande. Così è se vi pare. Se il sostantivo «federalismo» non entra nel testo aggiornato della
Costituzione, a che cosa assomiglia l’Innominato? A mio parere, si tratta di una specie di Super-
Bassanini, cioè di una modifica della Carta costituzionale che mette nero su bianco un processo di
ristrutturazione delle autonomie avviato, tra (pochi) alti e (molti) bassi, negli ultimi anni. Non è il
federalismo che i federalisti si attendevano, ma nessuno avrebbe potuto combinare qualcosa di meglio
in questo momento voglio dire. In un Paese prima sabaudo, poi fascista, oggi burocratico come il
nostro, la riforma federale dello Stato vale un pugno nello stomaco istituzionale: vuol dire un altro
Stato, un’altra cultura politica, il rovesciamento delle vecchie gerarchie di potere in un’Italia che conta
(Fonte: il Censis) 118 mila centri amministrativi e 110 distretti industriali, dunque il massimo del
decentramento naturale. Il centralinismo è un peccato mortale contro l’identità nazionale che si fonda
sui Comuni, sulle Città, sulle Regioni come «federazioni di città» è stato detto, su aree bilingui o di
confini, su isole geneticamente autonome. Per costruire un federalismo coerente con un Paese fortunato
perché ricchissimo di storie locali, servivano un luogo e un ceto che adesso non abbiamo. Serviva
anche un’opinione pubblica, che manca altrettanto. Per una riforma così, il luogo giusto era
l’Assemblea Costituente, in sostanza un parlamento eletto soltanto a quello scopo, o la Commissione
Bicamerale oppure il Parlamento ma attraversato da una passione invano auspicata da Ciampi. La
Costituente non l’hanno voluta, la Bicamerale è finita in carta straccia, questo Parlamento ha discusso
del federalismo sul filo dei 4 voti di scarto, come si usa per leggi qualunque, di ordinaria
amministrazione, per di più a un paio di mesi da un voto politico tutto giocato sugli effetti speciali. Né
luogo adatto, né ceto super partes come si addice ai momenti nobilmente costituenti. Nasce così la
riforma Innominata, il federalismo del meno peggio, un passo avanti non la svolta, e che tuttavia ha un
pregio: fotografa alla perfezione la pazzia di un sistema che da 4-5 anni lascia le cose più o meno come
stanno per ingolfarsi negli ultimi cento giorni con un ordine del giorno da inizio legislatura. Compreso
il conflitto d’interessi. Noi avremmo bisogno come il pane di federalismo forte, chiamato ad alta voce
con il suo nome, anche per ridurre al minimo il centro della politica, pletorico e goffo rispetto ai 118
mila centri dell’Italia diffusa. È tutt’altro che casuale che questa idea diffusa del potere sia, da 15 anni
almeno, di casa a Nordest, dove nasce anche la figura del sindaco primo riformista, motore di quel po’
di federalismo. Non credo che si possa chiamarla «Grande Riforma» ma nemmeno «riformucola» o
«imbroglio». Bisognerà attendere la fine del rodeo elettorale perché il polverone si depositi
permettendo di analizzare meglio, virgola su virgola, i contenuti della legge. Se un presidente del Polo
(Ghigo, Piemonte) la definisce «una legge non federale, però un passo avanti»; se un altro presidente
del Polo (Galan, Veneto) la boccia con il voto 3 mentre un sindaco del Polo (Destro, Padova) la
promuove con un 8, forse vuol dire che gli effetti della riforma sul territorio restano tutti da capire, da
studiare e da controllare passo per passo quando si passerà all’applicazione. Tomba di tante leggi anche
bene intenzionate, l’applicazione. Secondo me, sindaci, presidenti di Regione e governo − qualunque
governo − farebbero bene a mettere insieme un gruppo di consulenza ricavato di peso dal Trentino-Alto
Adige e dal Friuli-Venezia Giulia, le aree che hanno dimostrato di gestire seriamente il meglio delle
autonomie a Costituzione vigente. Il Nordest di frontiera può fare la nave scuola anche al federalismo

senza nome. E senza patacca di partito. Magari, scopriremo sul campo che l’Innominato, per quanto
monco e timido, serve. Tanto a Rutelli che a Berlusconi, se prima o poi vorranno battezzare anche il
federalismo.
Ottobre 2000