1967 marzo 21-26 La rivolta di Moratti

1967 marzo 21-26

La rivolta di Moratti

Ha visto Concetto Lo Bello inventare un rigore di Picchi su Colausig. Ha visto un segnalinee,
certo Farnè di Bologna, cancellare con la collaborazione di Concetto Lo Bello, il gol-
capolavoro di Sandro Mazzola, per presunto fuorigioco di posizione di Bicicli. Gol che lo
stesso Lo Bello aveva fischiato e concesso senza la più pallida ombra di dubbio. Mentre
abbandonava la tribuna con i figli, si è sentito investire da un coro rabbioso di « Ladri!
Ladri! ». Nello spogliatoio, a fine partita, è stato cortesemente invitato a uscire con la squadra
perchè « il segnalinee non uscirà finchè non se ne sarà andato il presidente dell’Inter » ( ! ! ! ).
Poi, salito sull’Iso Rivolta, ha subito insulti, ammaccature e sputi fino ad essere costretto a
forzare un blocco del Foro Italico per sfuggire all’accerchiamento. Più tardi, telefonando alla
Rai-Tv per chiedere la moviola del gol annullato, si è sentito rispondere che la macchina della
moviola, questa volta, non c’era. Tutto questo è accaduto a Roma. E’ accaduto ad Angelo
Moratti. Fu proprio a Roma (e si sa anche dalla bocca di chi) che uscì qualche anno fa, prima
come battuta paradossale poi come credenza popolare, l’insinuazione che Lo Bello fosse
« l’arbitro dell’Inter »: una specie di copyright-Moratti! Le violente dichiarazioni di
spogliatolo danno la misura di una rivolta che non si sa quali clamorosi sviluppi possa
implicare.

ROMA – Sabato 18, Domenica 19: di due giorni incerti, tirati, pieni di colpi di scena, di errori
arbitrali, di violenze verbali, di ribellioni e di drammi marginali. Sono stati i due giorni dell’Inter. I
due giorni di una trasferta che aveva il valore, affatto retorico, di « svolta ». Se avesse vinto, come
fortissimamente voleva, Herrera avrebbe chiuso una seconda volta il discorso scudetto; se avesse
perso, una ventata soffocante avrebbe rischiato di tradire l’Inter, la Nazionale, il C.U. ed un certo
clima di revanchismo internazionale. E’ stato pari. Pari di Lo Bello, pari di Farnè, il sostituto-
segnalinee. Sono stato testimone oculare di questi due giorni, culminati nella pesante rivolta di
Moratti. Li descrivo di seguito, ora per ora. Le ore di Roma.
SABATO

Ore 2. L’Inter è sul vagone letto che o è partito dalla Stazione Centrale di Milano alle 23 di
venerdì. Herrera sta dormendo tranquillo. Ha deciso il giorno prima che giocherà Bedin, smentendo
tutte le regole precedenti. Bedin infatti aveva giocato il giovedì con la De Martino assieme a Jair:
c’erano tutte le premesse perchè fosse ancora Bicicli il mediano. Ma ad Appiano sembra ci sia stato
un « intervento » di Mario Corso a favore di Bedin. Bedin ha ora i capelli cortissimi, un’aria
ottimista. Herrera dice: « Ha messo la testa a posto: ora gioga! » L’intervento di Corso è stato
decisivo. Herrera problemi non ne ha. Sono le due di notte, quando dalla cabina di Suarez si
sentono uscire grida di dolore. Lo spagnolo, con le mani attaccate alle traversine metalliche
sovrastanti il letto, accusa dolori spaventosi ai reni. Colica renale. In piena notte viene fatto
scendere a Firenze. Controllo in Ospedale, leggero miglioramento, poi in macchina viene
accompagnato a Milano, alla clinica Quattro Marie. Mi dice Herrera: « Quando ho sentito tutta
quella confusione in treno credevo di essere arrivato a Roma! » A Roma invece ci arriva al mattino.
Annuncia la nuova formazione: gioca Jair, Domenghini mezzala. Mah.

Ore 16 – Il dottor Quarenghi chiama telefonicamente Milano. Suarez ha un calcolo o una
semplice sedimentazione di fosfati? La questione è molto importante perchè può influire su tutto il
campionato dell’Inter.

Ore 16,20 – Tutti i giocatori dell’Inter, alloggiati al Quirinale, escono con Herrera per andare al

cinema. L’ultimo, in ritardo, è Cappellini, che si è fatto massaggiare più degli altri da Della Casa.

Ore 18 – Comincia a insinuarsi il sospetto che Herrera non abbia dato la formazione giusta. La
faccia pessimista di Jair è sintomatica. Bicicli invece è assorto, preoccupato: se non giocasse
avrebbe un’altra faccia. Faccio una piccola inchiesta non appena Herrera rientra in Hotel. « Gioca
Jair? », gli chiedo. « Sì! » « Perché no Bicicli? » « Ma Bicicli, Bicicli cosa avete con questo Bici-
cli?! » « Veramente, niente… chiedevo ». E’ tanto convincente nella sua teatrale menzogna che
quasi ci casco, ma continuo a non fidarmi. Sui giornali esce la formazione con Jair, ma Corso mi fa
una confidenza decisiva. « Gioca Bicicli ! — mi sussurra sotto giuramento di non rivelarlo a
nessuno — Herrera me l’ha detto! » Non capisco molto il senso di questa pretattica, comunque,
conoscendo i misteri e le alchimie di Oronzo Pugliese, forse Herrera non ha tutti i torti a mantenere
almeno un’incertezza. Proprio Pugliese gli sta facendo la stessa manfrina con Tamborini.

Ore 20 – Una notizia esclusiva: Horst Szymaniak, ex-nazionale tedesco, ex-nerazzurro, ha fatto
un’offerta favolosa a Jair Da Costa perchè accetti di andare a giocare nel campionato « forbidden »
degli USA! L’offerta è di 150.000 dollari d’ingaggio per tre anni più uno stipendio di 1000 dollari
mensili, più appartamento, macchine e tutta una serie di comfort. Szymanlak, che fu molto amico di
Jair, quasi un suo protettore, spera che il mulatto accetti. Sa che con l’Inter è oramai in una crisi
latente anche perchè Herrera ormai non tiene più conto se Jair giochi più o meno bene, più o meno
male: domenica, contro il Torino, era stato l’unico a salvarsi dell’attacco interista. Sicurissimo di
giocare a Roma, Jair, annunciato nelle formazioni, non sarebbe però sceso in campo. Quella di
Herrera sembra essere una scelta tattica definitiva. L’unica chances di Jair oggi come oggi è questa:
data la défaillance di Cappellini, Herrera potrebbe convincersi a provare Jair come centravanti.
Cosa che ha già sperimentato, in condizioni tattico-ambientali diverse, in alcune partite di Coppa
(Torpedo, Vasas, entrambe in trasferta).

Ore 21.30 – Herrera sale in camera. Dice Ferruccio Valcareggi, seduto in un divano della hall
con Angelo Quarenghi e Oscar Montez: « E’ incredibile come riesca a mantenersi sempre fedele
alle sue abitudini, ai suoi orari! L’esempio ai giocatori parte sempre da lui ».
DOMENICA

Ore 10,30. Nella hall del Quirinale c’è una confusione enorme. Ci sono amici di Corso, di Bedin,
di Mazzola. Ragazzini che riescono a sfuggire al portiere per un autografo. Tutto il clan interista
aspetta la visita di Moratti che è giunto a Roma la sera prima, assieme a Chiesa. In una poltrona c’è
Facchetti, silenzioso. Gli chiedo: « Quest’anno sembra che tu giochi preoccupato, turbato: è vero? ».
« Sì! Non sono tranquillo. Dopo i mondiali mi è capitato spesso, troppo spesso, di pensare. Non
gioco più con la spensierata disinvoltura di una volta ».

Ore 11. E’ entrato nell’hotel Moratti. Parla con Valcareggi. Herrera è nella sala da pranzo.
Quando lo avvertono che è arrivato il presidente, esce nella hall, raduna tutti i giocatori che non
erano con lui. Moratti saluta Valcareggi e si ritira con Herrera e tutti i giocatori. Fa un discorsetto
veloce, ma sodo. So che il concetto è stato questo: « Oggi non dobbiamo perdere e nemmeno
pareggiare: questa partita bisogna vincerla a tutti i costi! Con il Torino abbiamo rimesso in gioco il
campionato da polli: errori non ne deve più commettere nessuno. Fra l’altro, scudetto a parte, c’è di
mezzo la Nazionale: dobbiamo vincere per tutta una serie di motivi. Quando c’è stata una svolta,

avete sempre risposto. Questa è una svolta: cercate di vincere. Dobbiamo vincere! ». Non so se ha
parlato di premi.

Ore 12. C’è un gran silenzio nell’hotel. I giocatori, secondo una tradizione che dura da anni
(quelli di Herrera), si ritirano ciascuno nelle proprie camere. Anche Herrera è salito. Dopo il
discorsetto di Moratti, l’atmosfera è cambiata. Ho visto facce meno sorridenti, più concentrate.
Oramai mancano meno di tre ore ad una partita-svolta per l’Inter.

Ore 13,14. I giocatori salgono sul pullman. C’è una Giulietta della Polizia Stradale che guida il
pullman lungo una rotta sconosciuta e poco praticata. Questo perchè sembra che un gruppo di tifosi
si sia organizzato per vendicare una certa bastonatura subita a San Siro. Il trasferimento allo stadio è
tranquillissimo. Solo una macchina imbandierata giallorosso riconosce il pullman. Mazzola è di un
umore fantastico. Mi chiede informazioni sulla classifica per il « Pallone d’Oro » del Concorso-
Supersport: « Se non lo vinco quest’anno — mi dice — non lo vinco più! Certo che con Rivera e
Riva, dio bono, dovrò soffrire! Si scende dal pullman. Prima di andare agli spogliatoi, si portano
tutti, Herrera in testa, ai bordi della pista. Comincia un piccolo show di Herrera. La gente lo
apostrofa con canti porno-gastronomici: lui risponde sorridente e ritma addirittura con colpi d’anca
provocatori più del canti. In campo stanno giocando i ragazzini di Crociani, la Tevere. Herrera si
avventura tra fischi, lazzi urla. Tasta il terreno, schiva un lancio di arance fradice. Entra nello
spogliatoio. Jair rimane con Landini e Soldo: è finalmente chiaro che gioca Bicicli. Ma Herrera ha
mentito fino all’ultimo minuto. O forse non ha mentito: è stato davvero indeciso. Non sapeva chi
scegliere. A tastare il terreno e il vento esce anche Lo Bello: gli urlano insulti da morire. Sorride,
risponde con un insulto: non sanno ancora di insultare un… « amico »!

15,40. La partita è cominciata da 37′. Non gioca Tamborini. C’è stata una grande occasione per
l’Inter: su cross da destra di Mazzola, Bedin ha schiacciato di testa. Pizzaballa ha buttato fuori la
palla sulla linea! Stupendo. C’è stata anche una grossa azione della Roma. Ma è al 37′ che nasce la
partita. « Su una palla lunga — è Picchi che racconta — che andava verso il fondo spinta dal vento,
si è buttato Colausig: io gli ero dietro e stavamo uscendo dall’area: in quella posizione lui avrebbe
potuto tentare una cosa soltanto una rovesciata all’indietro forse. Lui mi dava di gomito e io mi sono
appoggiato a lui senza commettere nulla: senso fischiare l’arbitro. Mi giro, nemmeno Colausig
aveva capito, lui era tranquillo in piedi. Poi vedo che va sul dischetto e penso: ma è impazzito?! Se
è rigore quello allora io sono ‘mi nonna! Poi Schutz mi è venuto a spingere e io ho fatto una
bischerata da livornese: m’è partita la manata così, senza pensarci ». L’espulsione di Picchi è
sacrosanta: « Ha sbagliato! —ha detto Moratti — fra l’altro è esperto ed è il capitano: non doveva
lasciarsi andare tanto ingenuamente ». Il rigore comunque non c’era. Non esiste. Lo hanno visto
dieci milioni di telespettatori che non era rigore. Al massimo un fallo a due di ostruzione, in area. E
sarebbe stato tutto, proprio tutto quello che quel « fallo » meritava. Burgnich grida a Lo Bello: « Ma
guardi che sta facendo ridere il mondo! Poi tira Peirò sulla traversa. Evangelisti, in tribuna quasi
sviene, ma difende a spa da tratta Pugliese per aver scelto Peirò. Dice Evangelisti: « E’ l’uomo più di
classe e freddo che abbiamo; darebbe una mano per fare un gol a Herrera che gli ha preferito…
Vinicio; e oltretutto è stato fregato dal vento sennò era gol ». Come ha sbagliato Peirò, Burgnich
urla a Lo Bello: « Ha visto? E’ stata la giustizia divina ». Lo Bello minaccia di cacciarlo.

16,40. E’ il secondo episodio della partita, svolta. Annullato un gol dl Mazzola. Ha crossato
Domenghini superando l’avversario, Mazzola ha colpito di testa. Cappellini, davanti a Mazzola, ha
dietro a sè Carpanesi e Losi. Chi è in fuorigioco per il segnalinee Farnè? Dicono Bicicli, in fondo
dalla parte opposta. Se ci fosse sarebbe inoperante, ma non c’è perchè quando Domenghini ha
crossato aveva superato, in linea, tutti. Faccio un’inchiesta nello spogliatoio, mentre Moratti si

scatena con la faccia invasa dall’amarezza. Chiedo a Sbardella « perchè? ». Allarga le braccia e
saluta. Chiedo a Bernardis: risponde che stava assistendo ad un tafferuglio. Poi il colpo di scena,
illuminante davvero. Il segnalinee « vero » di Lo Bello (i due erano i sostituti dei due abituali tolti
perchè romani) dichiara: « Il mio collega ha visto uno dell’Inter dietro a tutti! ». Passa Losi che se
ne sta andando e interviene (incredibile!!!): « No! dietro a me non c’era nessuno, questo è sicuro ».
Alla sera Moratti chiederà la moviola. Ma non c’è la macchina per la moviola! Evangelisti saluta
Moratti e gli dice: « Scusa Angelo, sono cose che capitano… ». Pugliese va da Moratti: « Auguri
commendatore! », Moratti di rimando: « Così la vita è bella e facile! » E’ l’unica battuta sorridente
di una giornata che ha tutta l’aria di lasciare il segno. Suarez a parte.

Valcareggi: «Noi collaboriamo! » Herrera: «…Ma comando io! »

ROMA – Nereo Rocco, in un’intervista concessami la settimana scorsa, definì Valcareggi « il furiere
di Herrera ». La definizione, bonariamente offensiva, specchiava perfettamente le convinzioni
dell’opinione pubblica.. nessuno in Italia è infatti disposto a credere alla verità « ufficiale », ai
comunicati della Federazione. Comunicati, conferenze stampa e programmi secondo i quali la
Nazionale sarebbe in mano ad una « coppia », Herrera e Valcareggi, chiamata a collaborare su un
piano di assoluta « parità ». Valcareggi, con il quale ho parlato a lungo all’Hotel Quirinale di Roma,
ha accettato in piena tranquillità di spiegare una volta per sempre la sua posizione: « Io sapevo
benissimo, fin dall’inizio, mi ha detto, che la gente avrebbe pensato, e… continuerà a pensare, che io
non conto nulla nella Nazionale! Ma la gente, Rocco compreso, si sbaglia: tra me ed Herrera c’è
vera collaborazione ».

« Furono stabiliti con precisione, da Pasquale, i termini di questa collaborazione? »
« No, non furono stabiliti con dei patti, ma vennero così, spontaneamente! »
« Non crede che un tecnico unico potrebbe lavorare in condizioni migliori? »
« L’ho sempre detto, e credo che le esperienze di un passato recente mi diano ragione: uno da
solo non può farcela! Non c’è niente da fare: basterebbero soltanto i rapporti che uno deve
mantenere con tutti gli allenatori che danno giocatori alla Nazionale, per capire che un tecnico, da
solo, non ce la farebbe, non avrebbe cioè il tempo materiale a disposizione. Questo, Rocco, non lo
ha mai capito! »

« Forse perchè non hanno scelto lui…? »
« Ad un certo punto, fu fatto anche il nome di Rocco: sembrò che volessero scegliere proprio lui,

ma poi ci ripensarono e decisero per Herrera ».

« Lei, Nazionale a parte, come giudica Herrera? »
« Guardi, dico la verità: prima di conoscerlo a fondo anch’io avevo di lui un’idea sbagliata!
Credevo che fosse scorbutico, difficile da trattare: pensavo insomma che collaborare con lui fosse
difficile sotto tutti i punti di vista, invece mi sono sbagliato: ha un carattere fortissimo, è vero,
magari parte in quarta… ma poi io gli parlo, dico il mio punto di vista e allora ritorna riflessivo,
controllato ».

« Rocco è un nazionalista: lui, come tanta gente, rimprovera a lei di lavorare con uno…

straniero! »
« Straniero… ma non facciamo ridere! Non c’è niente da fare: sono i fatti, i risultati a parlare per
lui, altro che straniero! Sarà opprimente con i suoi dipendenti, sarà ossessivo, proibirà di… prender
un bicchier d acqua costringendo un giocatore ad alzarsi di notte per bere!, ma bisogna esser ciechi
a non riconoscere i suoi meriti! »

« Qual è il segreto di Herrera, secondo lei? »

« Io non ho mai conosciuto in vita mia uno completo come lui! Lui arriva dove non arrivano gli
altri, cioè… dappertutto. Guardi, non esagero e non lo dico perchè lavoro con lui anche se qualcuno
naturalmente lo penserà, ma è impressionante la disciplina, la completezza che c’è in lui ».

« Lei non crede che questa qualità sia riscontrabile nella stessa maniera in altri? »

« Noi italiani siamo fatti diversamente: noi siamo portati a buttar le cose dietro le spalle, ad un
certo momento. Lui no, lui non ha un attimo di stanchezza. E’ sempre là, informato di tutto e di
tutti: calcisticamente m’intendo ».
« Con un personaggio del genere rimane a lei una possibilità di colloquio? »
« Lavoro benissimo con lui, con soddisfazione. Le racconto un episodio : dopo l’allenamento ad
Appiano Gentile, arrivò la televisione. Io mi ero tirato in disparte per lasciarlo solo, ma lui, quando
non mi vide, mi chiamò e volle che fossi assieme. Vuol dire che Herrera non è quel terribile
personaggio che si vorrebbe far credere ».

« Quindi lei giudica assurda le opposizioni a Herrera C.U.? ».
« Naturalmente! Sbagli ne ha fatti e ne farà ancora ma avrà sempre la coscienza a posto. E poi,
siamo sinceri, in Russia e in Inghilterra non chiamano nè me nè Rocco nè altri: chiamano lui! Ci
sarà pure una ragione no? E allora: accettiamo senza complessi questa situazione! Quanto a me,
conosciuto l’individuo a fondo, non ho nessuna difficoltà a lavorarci assieme ».

La posizione di Ferruccio Valcareggi è molto chiara. Da come ne parla, con lo stile, il buonsenso
e la sincerità abituali, si capisce che la scelta di Giuseppe Pasquale non lo ha imbarazzato. Per lui
non esiste un problema di « precedenze », perchè da ogni sua parola, da ogni sua ammissione, si
intuisce che una « precedenza » (quella di Herrera) l’accetta. Riconoscendo a Herrera meriti
« superiori » è lo stesso Valcareggi in fondo che dà alla sua « collaborazione » un significato tutto
particolare.

« I termini di questa collaborazione — dice Valcareggi — non furono stabiliti con patti, ma
vennero così, spontaneamente ». Dev’essere stata, fin dall’inizio quindi, soprattutto una questione di
dosaggio di potere. Questione nella quale il dosatore non deve esser stato Pasquale, ma proprio lui,
Helenio Herrera. Poche ore dopo aver parlato con Valcareggi, ho intervistato, sullo stesso
argomento, anche Herrera, all’Hotel Quirinale. Con la sua determinante messa a punto il quadro
azzurro si chiude in maniera netta e indubbia. « Valcareggi — mi ha detto Herrera — è un signore,
una persona competente e un ottimo collaboratore e allora io non ho nessuna difficultà a lavorare
con lui, però, però devo dire una cosa… »

« Dica… »
« Io preferisco diventare rosso una volta piuttosto che venti giallo! Ha capito? Se la Nasionale

perde, chi ha colpa per la gente? »

« Lei; non c’è dubbio! »
« Vede? Allora il dottor Pasquale ha capito perfettamente la situazione e per questo io ho

accettato la collaborazione: io collaboro, io sento, io parlo, però dopo, è logico, decido io! »

« Quindi non è che lei abbia rinunciato del tutto al principio del responsabile unico.. »
« Repeto che con Valcareggi non ho nessuna difficultà, ma l’ultima parola è mia! Io digo questo

non per pubblizità, ma solo per la responsabilità ».

« Finora comunque la collaborazione non ha creato problemi, no? »
« No, perchè? Valcareggi ha molto più tempo de me e allora lui passa questo tempo a controllare
e a vedere tutte quelle cose che per l’Inter faccio io de persona, ma che per la Nasionale non ho
tempo ».

« Per esempio, ora, con Cipro? »
« Sì, mah, questa è la prima volta, giuro, in vita mia che affronto una partita al buio: non so

niente della squadra avversaria!!! »

« Come niente?! »
« Non so come sono fatti quelli che giocano, come marcano, quale tactica hanno. E io non posso
dire ai miei giogadori “tu preparate a marcare così, tu così…”, ha capito? E’ la prima volta in vita
mia: io una partita la preparo sempre conoscendo tutto dell’avversario. Questa volta non aviamo
fatto tempo. E non aviamo fatto tempo nemmeno a fare degli esperimenti: se il primo raduno era
venti giorni fa, io potevo farne un altro e correggere e vedere. Invece niente. Va bene, allora? Cosa
vuol sapere ancora? »

« Una cosa soltanto: che differenza c’è fra l’Herrera C.U. di questi giorni e l’Herrera C.U. dei

tempi del Cile? »

« Ah, allora eravamo una commissione a… tre stadi!!! ah, gli altri due non si staccavano mai e
allora ho dovuto staccarmi io! Scherzi a parte, la differenza è questa: adesso sono più tranquillo, più
sereno e, se non sorride, più maturo! »

Non sorrido: quello che ha detto è la pura verità.