1982 settembre 27 Juve obbligata ad attaccare Verona costretto a trafiggerla

1982 settembre 27 – Juve obbligata ad attaccare Verona costretto a trafiggerla

Dall’inviato
VERONA – La Juve è andata in campo come si va a un tiro a segno. Dopo un quarto
d’ora scarso aveva già saldamente in mano il pallino. Persino quando si chiude, la
Juve tiene in avanti tre attaccanti; figuriamoci quando, come a Verona, confessa
l’intenzione di sistemare alla svelta il risultato. La Juve si fa massiccia, aggredisce
con sei-sette giocatori a ventaglio.
Come mentalità, la nuova Juve è una coniugazione del verbo vincere. Non ama il
pareggio; men che meno abbozzare. Si legge lontano chilometri che si sente obbligata
a vincere, soprattutto in provincia, perché un’antica legge del campionato suggerisce
che gli scudetti si vincono soprattutto in trasferta più che nei pochi match diretti tra
grandi squadre.
La Juve intendeva vincere; al Verona bastava pareggiare. Ha vinto il Verona, ma non
con un’equazione sbagliata o paradossale. É accaduto tutto con una certa
sconclusionata naturalezza. Naturalezza perché il Verona non ha rubato niente;
sconclusionata purché dopo mezz’ora di partita la gente pareva essere in possesso di
una sola eventualità: il gol della Juve, più volte mancato di una bazzecola, compreso
il palo di Boniek (sinistro stupendo e lungo al 24’).
Per una ventina di minuti la Juve è sembrata lo squadrone dei pronostici.
Nell’intervallo ho colto in tribuna una curiosa battuta del presidente Tino Guidotti:
«Qui è New York contro Verona!». Forse intendeva sottolineare il divario di
potenziale, la mezza squadra mondiale, gli assi stranieri, l’esperienza, il piglio
internazionale e cosmopolita.
Sostengo che la vittoria del Verona vale il doppio, è davvero una gran cosa, per la
banalissima ragione che il Verona non ha battuto una Juve in crisi ma è riuscito via
via a mandar in crisi la Juve. É molto diverso.
Lo 0-0 del primo tempo era tecnicamente un risultato sbagliato, visto che, palle-gol
alla mano, non c’era lotta tra Juve e Verona. Minimo minimo poteva essere un 2-1 per
la Juve e nessuno avrebbe avuto qualcosa da dire.
É il secondo tempo che ha cancellato la Juve. La Juve non è riuscita a tenere il ritmo
di un Verona che, uscito indenne dal forcing avversario, ha colto con vigore il calo dei
campioni. Ho visto il sublime Platini rinunciare a qualche scatto; ho visto il raffinato
Scirea sollevare una zolla d’erba in un affondo d’attacco; ho visto Bettega arrivare
secondo anche sui colpi di testa.
L’impressione è che il progressivo disagio della Juve non sia soltanto legato agli
schemi, ma che metta radice anche in ridotta autonomia. C’è poco da dire: non è per
ora una Juve brillante fisicamente. Quasi tutti i suoi giocatori, Platini e Boniek
compresi, sono reduci da faticosissimi tumulti mondiali e post-mondiali. É umano e
comprensibile che abbiano nelle gambe mezza partita tirata al massimo, non di più.
Trapattoni ha certamente il problema di fare un difficile coro di primedonne, ma
esiste anche l’urgenza di mandarle in piena forma questa primedonne. A Verona non
sono ancora sembrate in grande condizione e, nel porvi rimedio, forse si trovano
meglio nelle notturne di Coppa che in questo afoso fine settembre.
Per mezza partita il Verona si è difeso con accanimento e deve ringraziare il suo
portiere, più volte insuperabile. Dopo aver fatto l’1-0, il Verona è tornato a chiudere
gli spazi, stavolta in condizioni di maggiore confidenza e freschezza. Come spesso
accade nei rapinosi equilibri del calcio all’italiana, la Juve ha perso in trasferta quasi
sempre attaccando, mentre il Verona è riuscito a vincere senza mai rinunciare a
un’accanita difesa.

La Juve qualche errore l’ha commesso. Ha soffocato troppo Rossi; ha insistito troppo
con i cross per la testa di un Bettega senza guizzi; è stata incapace di prendere per
buono anche un pareggio. Il Verona no: il Verona non ha sbagliato partita; anche
l’avesse poi persa, ha fatto tutto per bene. Le ferme marcature di Bagnoli (soprattutto
con Oddi – Spinosi su Rossi – Bettega); la costante copertura chiesta ai centrocampisti;
il saltuario ricorso al contropiede; tutto ciò ha funzionato.
Fra l’altro, in Verona ha vinto con due pregevolissimi gol, uno dei quali del battitore
libero Tricella che in chiusura di match ha fatto lo… Scirea, cinque volte goleador lo
scorso campionato. Il gol che ha segnato la partita è stato tuttavia l’1-0 di Piero
Fanna, ventiquattrenne friulano di Moimocco, un miliardo e 300 milioni pagati la
scorsa estate alla Juve.
Il suo gol porta il segno temperamentale della vittoria del Verona. Fanna ha sdrenato
fuori area Cabrini; è scattato in area esplodendo di gambe; ha sparato il tiro mentre
altri tre difensori e Zoff erano piazzati tra lui e il bersaglio. Ha colpito con veemenza,
infiammando il guantone di Zoff.
É a questa rabbiosa infiltrazione che la Juve non ha più saputo davvero reagire. Da
Verona ci portiamo via rarefatte immagini di un grande giocatore come Platini, i
reiterati tiri di Boniek, gli eleganti gomito a gomito di Rossi, ma anche l’impotenza di
Marocchino e di Bettega. In più, il sospetto di una Juve tanto condannata a vincere da
essere per tutti pietra di paragone a ambizione.
Se batti la Juve ti senti rinato. Accadde alla Sampdoria, è accaduto ieri al Verona.