2003 marzo 10 Donne Natalia Aspesi

2003 marzo 10

LUNEDI’ 3

Donne

Natalia Aspesi, giornalista:”Fare shopping è sempre stato un gran divertimento, negli ultimi anni
era diventato però una specie di furibonda necessità, del tipo, se non compro non esisto. Adesso ci
dicono che percorrere le strade piene di sacchetti firmati, cariche come muli, è un dovere patriottico.
Cioè, se non compri, un golf un paio di stivali un set di posate un reggipetto una pentola dei fiori
finti il tè verde e l’oca ripiena, se non compri qualsiasi cosa, sei una disfattista, una che non vuole
contribuire al risanamento dell’economia, una nemica.” ( da Album di “Repubblica”)
Giulietta rivolta a Romeo:”Io non desidero altro se non quel che possiedo: la mia generosità è
davvero sconfinata come il mare, e il mio amore quanto il mare è profondo. E più te ne concedo e
più ne ho in serbo, perché entrambi sono infiniti.” ( da “Giulietta e Romeo”di Shakespeare, 1595 )

MARTEDI’ 4

Finto povero

Alle sfilate milanesi della moda una famosa stilista italiana, intervistata dalla “Stampa”, annuncia
severa con se stessa e con il mondo:”La parola lusso mi manda in bestia. La detesto. Questo non è
proprio il momento delle esibizioni, delle passeggiatrici agghindate con l’amante che paga. Che
orrore. Sarà che io sono stata educata in un collegio luterano. Secondo me adesso il lusso fine a se
stesso è negativo. Va esorcizzato con il falso povero.” Testuale.
Ed ecco le sue creazioni, minuziosamente elencate. Il “falso povero”in questione presenta montoni
anticati con le forme e i volumi delle giacche da samurai, pantacollant di cachemire, gonne in garza
di cachemire dal tessuto impalpabile e molto costoso, sottovesti da sera incrostate di neri giavazzi,
abiti con oblò sull’ombelico, grandi cappotti a vestaglia e a colonna, pantaloni sottili in pelle
nappata o calzoni in pitone argentato. Volendo ci sarebbero anche le canotte tricottate, beninteso in
lana pregiata cachemire.
E’ proprio vero: qui l’orrore della stilista per il lusso salta fuori da ogni minimo dettaglio come del
resto il suo ripudio di ogni detestabile esibizionismo nel vestire… Due semplici straccetti addosso e
via, senza dare nell’occhio, alla luterana appunto.
Una moda sobria e minimalista questa, come no?, che sfila seguendo alla lettera il precetto del
monaco ribelle Martin Lutero:” Non dimentichiamo i poveri, aiutiamoli e diamo loro di buon
animo”. Un animo tanto buono che le passerelle dell’ultimissima moda ora si preoccupano
addirittura del “finto povero” con le braghe di pitone argentato.
Poi, se un vero povero s’incazza come un cobra, sono capaci di rimproverargli di non saper stare a
questo mondo. Finto.

MERCOLEDI’ 5

Stalin

“Hanno arrestato un vicino, un compagno di lavoro, perfino un tuo caro amico?Tu taci, fingi di non
esserti accorto di nulla. Ma chi è stato arrestato lascia la moglie, la madre, dei figli, forse puoi
aiutare almeno quelli?No,no! é pericoloso: infatti sono moglie di un “nemico”, madre di un nemico,
figli di un nemico. Chi presta aiuto è un nemico anche lui. E’ un nemico chi aiuta un nemico. E’ un

nemico chi mantiene l’amicizia. Quindi il telefono del nemico giurato tace. La posta non arriva più.
Per strada nessuno li riconosce, nessuno porge la mano, nessuno saluta. Tanto meno li invitano.
Non fanno loro nessun prestito.Nel brulichio di una grande città quelle persone si trovano ad essere
sole come in un deserto. Stalin non vuole altro.” ( da “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solzenicyn)

GIOVEDI’ 6

Benetton/1

Il più vecchio è Luciano, classe 1935, il leader; il più giovane é Carlo, che compie 60 anni; tra i due
Giuliana e Gilberto. I quattro fratelli Benetton hanno 14 figli, e un bel po’ di nipotini.
Sono stati prima pionieri, poi globali ante-marcia. Sono nati con il maglione colorato ma , a partire
dal fatidico 1989 (caduta del Muro di Berlino), hanno cercato altre centinaia di milioni di
consumatori fuori dei negozi d’abbigliamento, cioè comprando per intero o per quota autogrill,
autostrade, aeroporti, stazioni ferroviarie, telefoni, banche, servizi. Dai consumi ai luoghi di
consumo.
Loro vanno sempre dove c’è tanta, tantissima gente. Strategia questa che gli economisti chiamano
“diversificazione” degli affari.
Un giorno domandai a Gilberto di spiegarmi con un esempio terra terra la nuova filosofia. “
Semplice. – mi rispose nel suo studio di Ponzano – Se lo Stato privatizzasse Finmeccanica, noi
Benetton di sicuro non saremmo interessati, per totale mancanza di affinità industriale. Noi ci
troviamo a nostro agio in tutt’altro settore, soltanto dove c’è contatto di massa con clienti di
massa.”
I Benetton hanno investito i schèi dei maglioni sulla modernità. E oggi, ha calcolato il “Corriere”,
valgono in Borsa come Mediaset, Mediobanca e Finmeccanica messe assieme, più di 16 miliardi di
euro, che in lire farebbero trentamila miliardi.
Dal 1965 hanno sempre avuto i bilanci in attivo. Sono andati per la prima volta in rosso con gli
attrezzi sportivi, un ramo di produzioni super tecniche del tutto estraneo alla loro esperienza. Una
grossa cantonata, ammettono.
Fondatori, globali, diversificati, ma d’ora in poi soprattutto manageriali. Annunciata da Luciano, é
la quarta Benetton della storia.
Adesso arrivano i manager mentre la famiglia, più che fare un passo indietro, arretra di un
chilometro! Fratelli e figli faranno gli azionisti. La gestione passerà totalmente ai manager, uno
squadrone mezzo fatto mezzo da fare.
Detta così sembra una faccenda che provoca orgasmo soltanto nei giornali finanziari. Invece, è un
caso anche culturale e generazionale, che fa storia in Veneto.

VENERDI’ 7

Benetton/2

Il passaggio dai fondatori ai manager non è mai neutro. E’ una rivoluzione. Con i Benetton il
capitalismo veneto di gene familiare e di business conglomerato transita nell’arco di una stessa
generazione alla fase del capitalismo più innovativo.
Agendo per tempo e in generoso anticipo sulla loro anagrafe personale, i quattro fratelli hanno in
fondo impedito che fosse il tempo a decidere per loro. Secondo me, questo è il nocciolo.
Lo stesso Nordest ha di che riflettere sull’evoluzione di una sua grande saga imprenditoriale iniziata
nel dopoguerra con il telaio a mano di Giuliana e con la bicicletta di Luciano che andava a vendere

porta a porta i primi maglioni.Ancora nel 1960, come ricorda sempre l’ex senatore democristiano
Angelo Pavan, erano ben 42 i Comuni trevisani riconosciuti dallo Stato quali aree depresse e perciò
destinatari di finanziamenti e di agevolazioni fiscali: tra questi, Ponzano, ieri incentivata oggi
multinazionale.
Per quanto globale, il gruppo Benetton è forse l’unico nell’abbigliamento ancora “made in Italy”,
con migliaia di dipendenti in Italia . E’anche un gruppo di quattro biografie. Luciano, il presidente,
considera la sorella Giuliana “l’anima” dell’intera storia. A proposito di Carlo, ne fa notare “la
visione industriale e l’istinto tecnologico”. Su Gilberto, protagonista della diversificazione, una
volta mi dice :”Ha meno emozioni perché sta lontano dal prodotto, ma ha la freddezza su misura per
i bilanci.”
Innamorato del Giappone, Luciano Benetton invidia alla Germania l’organizzazione , all’Inghilterra
il sistema politico, agli Stati Uniti la libertà. La libertà vera, a suo dire, è la possibilità di cambiare
sempre, nella politica , nella vita e nell’impresa.
Infatti, 4 fratelli con 14 figli hanno deciso di cambiare tutto dalla mattina alla sera. Come cambiare
maglione.

SABATO 8

Sanremo

Prima classificata: la Juve. Ha cantato la canzone più utile del festival 2003.

DOMENICA 9

Acqua

L’Italia è al 31° posto per qualità dell’acqua.Ci arrangeremo con il prosecco: prosit.

——–(citazione a parte)

Sergio Romano da “Il rischio americano.” Longanesi editore.
“Jacques Chirac non ha l’intelligenza del generale de Gaulle, ma ha alcuni tratti caratteriali del
gollismo: è decisionista, impetuoso e imperioso. Parafrasando una famosa battuta di Victor Hugo a
proposito di Napoleone III, si potrebbe dire di lui che è un “de Gaulle le petit”, un de Gaulle in
piccolo. Il seggio permanente all’Onu e il diritto di veto gli hanno offerto l’occasione di tenere testa
all’America e di avere nella crisi irachena una parte determinante. E’ certamente paradossale che
questa brillante affermazione di diplomazia gollista sia stata resa possibile dal ruolo della Francia in
una organizzazione come l’Onu per cui de Gaulle nutriva una specie di regale disprezzo.”