2003 febbraio 2 Donne. Liliana Di Ciano

2003 febbraio 2

LUNEDI’ 27

Donne

Liliana Di Ciano, 52 anni, abruzzese, manager in un’industria farmaceutica:”A un uomo mediocre
può capitare di arrivare in alto; ma se arriva una donna è solo perché il suo è un profilo eccellente.”
(da “Affari & Finanza”)
Salma Hayek, 36 anni, attrice messicana:”Sono fortunata. Al contrario della generazione di mia
mamma e di mia nonna, sono cresciuta in un periodo in cui noi donne possiamo inseguire i nostri
sogni.” (da “L’Espresso”)
Frances Sherwood, 63 anni, scrittrice inglese:” Se la natura era così bella, pensava il rabbino, nulla
avrebbe potuto sciupare il mondo.” (da “Il vicolo d’oro”, Sperling & Kupfer)

MARTEDI’ 28

Casini

Deputato a 27 anni, a 48 anni l’on. Casini è presidente della Camera dimostrando di saperci fare.
Suo buon amico fin dai tempi delle giovanili democristiane, l’on. Luigi D’Agrò di Bassano mi fa
notare che dal dopoguerra in poi Casini è l’unico presidente della Camera ad essersi iscritto, non
appena eletto alla terza carica dello Stato, al Gruppo misto dei deputati. Ciò per marcare subito la
sua tendenziale autonomia istituzionale.
Invitato a Castelfranco Veneto per ricordare la figura dell’on. Domenico Sartor (“il vero deputato
dei contadini in Parlamento” fu definito per la visione sociale), Casini é arrivato in discreto ritardo.
Era partito da Carpi, nella sua Emilia, uscendo poi dall’autostrada al casello di Vicenza Nord.
Nonostante l’auto blu, la scorta e i sorpassi parlamentari, a quel punto e in pieno pomeriggio non
c’è stato più niente da fare: media 25/30 all’ora. La Vicenza-Treviso, storica arteria dei “schèi”del
Nordest, è ogni giorno anche uno degli storici tappi del vivere e del produrre regionali.
A Fontaniva e a Cittadella, luoghi santi dello Stop, il presidente della Camera ha verificato quale sia
il popolo più paziente e disciplinato della Ue: il veneto. Ora et labora e sta in coda, amen.
“I veneti – ha brontolato lo stesso Casini – hanno ragione quando si lamentano. Un ingorgo
inaccettabile per un’area con un simile sviluppo.” Rivolto a D’Agrò prima di ripartire senza
illusioni d’orario per Verona, ha aggiunto scandalizzato che a strangolare il Veneto non c’è soltanto
la Tangenziale di Mestre.
A proposito della quale Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato e oggi presidente di
Infrastrutture spa, ha dichiarato nelle stesse ore al Corriere :” Non ho fatto il conto di quanto le
grandi opere potranno dare al Prodotto interno lordo italiano. Ma basta pensare all’aumento di
produttività che ci sarebbe con il Passante di Mestre nel Triveneto, dove la gente sta sequestrata per
ore in macchina.” Appunto.
Il dramma è che hanno perfettamente ragione tanto Casini quanto Monorchio. Nel senso che nella
viabilità economica – se così posso chiamarla – tutto si tiene, soprattutto nel cuore del Veneto
dove ogni strada o quasi porta all’export ma qualcuna, come il Passante, è già extra-territoriale,
sovra-nazionale voglio dire.
Qui si percorre su gomma la globalità formato famiglia, ultimissima versione del Nordest.

MERCOLEDI’ 29

Televisione/1

Uno scrittore inglese ha spiegato che la televisione italiana punta più sulla quantità che sulla qualità.
Saranno dieci anni che ce lo diciamo in Italia; dove sarebbe la diffamazione?
Lady Quirinale – la signora Ciampi – se la prese con la “tv deficiente”. L’inserto Alias, del
quotidiano “Manifesto”, sostiene che la tv “diffonde idiozia e analfabetismo culturale”.
Ma c’è sempre stata tv e tv, basta scegliere tra il peggio, il meglio e il decoroso.Ogni italiano ha o
non ha il libro che si merita, il giornale e l’Internet che si merita. Tutti gli italiani hanno la tv che si
meritano.
Se 18 milioni di italiani non leggono libri né giornali, affari loro, si tengano la tv: quantitativa o
qualitativa fa lo stesso. E’ una questione di costume vecchia come il cucco, non di palinsesto.
Se è vero che la tv diventa spazzatura per avere più telespettatori da vendere alla pubblicità, è chiaro
che noi in poltrona abbiamo sempre due possibilità. Decidere il successo della tv mascalzona o
decretarne l’insuccesso.
L’audience è la pistola del telespettatore, la sua ammazza o salva programmi. Ma se preferisce
ricevere le immagini con la passività di un sacchetto delle immondizie, si accomodi.
Sento un sacco di gente che si lamenta per la pochezza di ciò che puntualmente guarda in tv. E che
dimostra di non perdere nemmeno uno dei programmi che dice di disprezzare.

GIOVEDI’ 30

Televisione/2

Ho visto a Porta a Porta l’onorevole/avvocato Ghedini. Nonostante tutto, Berlusconi si difende
meglio da solo.

VENERDI’ 31

Perlasca

La data della lettera è: “ Padova 22 aprile 1970.” La firma è di Giorgio Perlasca, il padovano di
famiglia originaria di Como che tra il 1944 e il 1945 salvò dallo sterminio nazista cinquemila ebrei
ungheresi spacciandosi a Budapest per console spagnolo. L’”impostore” più benemerito che si
conosca, al quale Israele ha riconosciuto il raro titolo di “Giusto”.
E’ una lettera inedita, ora pubblicata dallo studioso Alberto Indelicato sulla rivista “Storia
contemporanea”. Perlasca la indirizza a un ex ambasciatore italiano in Ungheria.
Nel 1970, quando prende carta e penna, Perlasca non se la passa bene a Padova. E, allora, la sua
storia di romanzesca umanità era ancora ignota all’opinione pubblica.
Ma lui non chiede vantaggi; non ha niente da rivendicare se non il ricordo. L’uomo che aveva
rischiato proprio tutto, compresa la vita, per strappare migliaia di persone alle camere a gas di
Eichmann è come se scrivesse a se stesso. Un uomo disilluso che portava sulle spalle il peso del
silenzio, l’iniquità dell’indifferenza, anche le durezze della vita quotidiana.
“Tutto il mio lavoro – scrive Giorgio Perlasca – che soddisfazioni mi ha dato? (lasciando da parte
quelle intime, personali, perché viviamo in un’epoca in cui solo le soddisfazioni procurate dal
denaro sono stimate e apprezzate dal prossimo)…Ho saputo fare tante cose buone nella mia vita ma
non sono capace di aiutare me stesso e allora chiedo aiuto a chi dovrebbe precipitarsi a darmelo. Io
farei così.”
Io farei così, dice. Lui, nel 1944, aveva fatto così.
A Budapest disponeva di ben 15 milioni di lire italiane; si ritrovò ben presto con tre monete d’oro e
spiccioli ungheresi. “Ero diventato un pezzente”, ricorda.

Aveva speso tutto in viveri, medicine, vestiario, gomme, benzina. Oppure, come precisa di suo
pugno, “per corrompere i fanatici.” Assisteva in tutto le vittime e dissuadeva come poteva i peggiori
persecutori, capaci di mettere in vendita la stessa pietà.
Ma quando alla fine della guerra aveva inviato gli appunti della sua storia al ministero degli Esteri,
sia italiano che spagnolo, Perlasca non aveva ricevuto nemmeno un cenno di risposta, né dall’uno
né dell’altro. La rivista “Storia contemporanea” spiega oggi che soprattutto in Italia nessuno aveva
voglia di tirare fuori dal cassetto un eroe così politicamente non corretto, un “eroe umanitario” del
tutto atipico per quei tempi.
Era stato fascista, poi non-fascista, ma mai anti-fascista. Era monarchico all’avvento della
Repubblica . Non bastasse, a Trieste aveva aderito all’”Uomo Qualunque”, il movimento più ostile
ai partiti.
Giorgio Perlasca rimase nel cassetto per più di 40 anni, chiuso nell’oblio assieme ai suoi 5.000 ebrei
tolti alle SS. A volte, nell’imbattersi in storie così, a me sembra che diventi striminzita perfino la
parola “memoria”.

SABATO 1

Tendenze

“Sei unica” (detto di una grappa). “Preferisco le grandi mani alle grandi attrezzature” (detto dei
massaggi).

DOMENICA 2

Famiglie

La stampa francese descrive il figlio primogenito di Saddam Hussein come “violento e
psicopatico”.

————- (citazione a parte)

Da “Tiziano”, Marsilio editore, 1990.
“Francesco Maria e sua moglie, Eleonora Gonzaga, avrebbero dovuto attendere sino alla fine del
1533 per entrare in possesso del loro primo Tiziano, ‘L’adorazione dei pastori’. Il duca scriveva al
pittore che Eleonora “lo desiderava assai per questo suo parto”, l’imminente nascita, cioè, del figlio
Giulio. L’ansia della futura madre era probabilmente dovuta alla speranza che il parto sarebbe stato
altrettanto indolore quanto, secondo una pia leggenda, lo era stata la nascita di Gesù Cristo. La
duchessa, evidentemente, credeva anch’essa, al pari dei suoi contemporanei, al potere miracoloso
delle immagini sacre. Prossimo invece alla morte, anche l’imperatore Carlo V cercava conforto
nella pittura di Tiziano.”