2003 aprile 7 Donne. Queen Latifah

2003 aprile 7

LUNEDI’ 31

Donne

Queen Latifah, 32 anni, nera americana, cantante e attrice di successo:” Sono figlia di un veterano
del Vietnam, ho vissuto fin da bambina gli effetti della guerra. Io sono per la pace, ma allo stesso
tempo sono devota al mio Paese, credo nelle nostre istituzioni.” (da “D”)

Silvia Vegetti Finzi, docente di psicologia a Pavia e saggista:” L’amore, passione della speranza, si
contrappone alla guerra, passione della paura. Non a caso prima di ogni conflitto – è successo sia
con la prima sia con la seconda guerra mondiale – si assiste a un boom delle nascite.” (dal “
Corriere”)

Annie Lennox, grande cantante pop scozzese:” Il fondamentalismo a me fa molta paura non solo
nelle religioni ma anche nella politica e nei sistemi di pensiero. Voglio dire: non credete ciecamente
all’autorità. Cercate di capire cosa c’è dietro.” (da “Io”)

Simone Weil, 1909-1943, scrittrice francese israelita, partecipò alla Resistenza, morì in sanatorio:”
Il mio errore criminale prima del 1939 sugli ambienti pacifisti e la loro azione è stato la
conseguenza dell’incapacità dovuta per tanti anni alla prostrazione per il dolore fisico. Trovandomi
in uno stato che non mi permetteva di seguire da vicino le loro azioni, di frequentarli, di discutere
con essi, non ho riconosciuto la loro inclinazione al tradimento.” ( da “Quaderni”, editore Adelphi)

Nina Berberova, 1901-1993, scrittrice russa emigrata negli Usa:” La notte, quando rimbombavano i
cannoni e scoppiavano le granate, ci abbracciavamo strette, piene di paura, e sentivamo
l’avvicinarsi del futuro minaccioso che ci aspettava.” ( da “Il corsivo è mio”, Adelphi)

MARTEDI’ 1

Battaglie

Un libro da consultazione ultra rapida di qualche anno fa, il “Dizionario delle battaglie” (edizioni
Gulliver), enumera in ordine di tempo i conflitti che “sconvolsero la storia dell’umanità”. Li ho
contati: 525 battaglie in 350 pagine, combattute dal 1674 avanti Cristo al 1996 compreso.
Nel riprendere in mano questa specie di Bignami liceale rinforzato, ho notato all’inizio e alla fine
due coincidenze molto istruttive. Fa niente se più vicine a noi o addirittura perse nella notte dei
tempi : fatto sta che entrambe ribadiscono integralmente l’ attualità.
La prima remota battaglia censita dal manuale risale all’invasione dell’Egitto dei faraoni,
sviluppatasi dalla penisola del Sinai al delta del fiume Nilo, da parte del misterioso popolo semita
degli Hyksos (“stranieri”, in sostanza). Non dico che costoro mettessero in campo gli antenati dei
missili Cruise o delle bombe anglo-americane a guida satellitare né i visori per le incursioni
notturne, ma gli Hyksos dimostrarono una identica, incredibile superiorità tecnologica.
Utilizzarono infatti i cavalli e i carri da guerra, novità assoluta per il tempo, del tutto sconosciuta
agli egiziani. Non per niente, dovettero passare alcune dinastie di faraoni prima che l’Egitto
ricuperasse territori e potere.
L’ultima delle 525 battaglie della serie presa in considerazione è invece recentissima, del 1996, e
riguarda Monrovia, capitale dello stato africano della Liberia, paese esportatore di diamanti ma

sempre sotto inchiesta dell’Unicef per il ripetuto ricorso ai bambini-soldato. Ma questo appare
tutt’altro conflitto rispetto ai sofisticati Hyksos.
Per paradosso, la prima battaglia si mostra meno arcaica dell’ultima. L’”avanti Cristo” più evoluto
del “dopo Cristo”.
Qui, nella Monrovia di oggi, funziona soltanto la tecnologia della ferocia. Etnica e tribale, cui
bastano il fucile, un bastone, il coltello e l’accetta per fare più morti di un mese di bombardamenti.
Come accadde in Ruanda, con centinaia e centinaia di migliaia di vittime, senza che le battaglie
meritassero nemmeno il nome di luogo perché semplicemente indicate per cumulo alla voce
“genocidio” di popolo, collettiva e diffusa.
Vedi Bosnia e/o Kosovo, quando un sostantivo e un aggettivo di uso comune, inoffensivi come
“pulizia” ed “etnica”, si fusero con un effetto mortifero. Di massa.
E’ antica e moderna la tecnologia della guerra fra stati. E’ fossile e senza tempo la ferocia delle
guerre cosiddette civili. A volte, 3600 anni di distanza diventano un niente; oggi e ieri la stessa
storia infinita.
L’elenco delle 525 battaglie “ che sconvolsero la storia dell’umanità” andrà a lungo aggiornato,
temo.

MERCOLEDI’ 2

Saddam

Durante i suoi viaggi all’estero, molto rari e sempre in paesi arabi, Saddam si faceva accompagnare
da un assaggiatore di cibi.

GIOVEDI’ 3

Confini

Non ci pensiamo, ma è incredibilmente così. L’Italia confina in pratica con l’Iraq!
L’Italia è nella Nato, la Turchia pure, grandi basi noi, grandi basi loro. Da un punto di vista militare,
a sud la frontiera turca divide già la nostra Europa difensiva dall’Iraq.
E molto presto, oltre che militare, sarà anche una frontiera pienamente politica. A fare data dal
giorno in cui la Turchia sarà accolta nell’Unione Europea allargata.
Noi europei, dunque anche noi italiani, avremo il confine comunitario con l’Iraq. Si tratta di
realismo, non di paradosso.
E’ un segno di tempi europei fino a ieri inimmaginabili. Spazi geo-politici del tutto nuovi. Il
Mediterraneo che, dopo essere stato “mare nostrum”, è sempre di più un grande lago in
multiproprietà.
Con il dito puntato su una vecchia carta geografica, l’Iraq vi appare così distante rispetto all’Italia
da riguardarci soltanto per il prezzo del petrolio. E’ a portata di mano, invece, se il parametro è
l’Europa che verrà.
Se verrà.

VENERDI’

Oriente

L’editore Feltrinelli pubblica un libro interessante, “E’ Oriente”, di un giornalista di frontiera che
scrive per “Repubblica”. Paolo Rumiz ha 55 anni, è triestino a vocazione orientale, forse trasmessa
dalla nonna che lui chiama orgogliosamente “asburgica”.
Nata a Trieste sotto la sovranità dell’Austria-Ungheria, era “multi” culturale naturalmente.
Preparava dolci presi dalle ricette bosniache e, fin da bambino, raccontava al nipote un mondo ricco
di relazioni e di confini cattivi, etnico e cosmopolita, da sempre nel segno di un primitivismo
tragico e accogliente. Fatto di ruvidi contrasti.
Da tempo Rumiz perlustra quello stesso mondo dei racconti della nonna mitteleuropea. In
particolare dalla metà degli Anni Ottanta, quando i primi presagi di Gorbaciov annunciavano
l’avvento della ”Europa dall’Atlantico agli Urali”. Un continente nuovo, di cui Gorbaciov fu lo
storico e drammatico riunificatore.
E’ un Oriente narrato a viaggio lento, in bici, in treno o su chiatta. L’Oriente di tre mari, Baltico,
Adriatico e Mar Nero. Da Berlino a Kiev fino a Bisanzio, ieri Costantinopoli oggi Istanbul, città
mutante simbolo della persistenza di civiltà.
Soltanto chi sa trovare Bisanzio – è il sottinteso del libro – finirebbe per capire anche le Baghdad di
turno. Per dire che anche l’Oriente é geneticamente Europa, il suo Est del sole, attestato per sempre
dalla storia dei popoli anche se a lungo separato dalla cronaca degli stati. Luogo delle culture che
nascono e rinascono; spazio della relazione e del sospetto.
Sì, è un altrove molto diverso rispetto al nostro Ovest. “Qui – avverte il libro– il tempo ha un’altra
dimensione.” Altra idea della vita e della morte.
Sì, è così. Ma se la fretta dell’Occidente impedisse di riconoscere l’Oriente europeo che pur abita
già in noi, sarebbe impossibile interpretare altri Orienti, medi ed estremi.
L’Adriatico si fa più stretto.

SABATO 5

Federalismo

Per sentir parlare ancora di “federalismo”, bisognerà attendere il nuovo Iraq federale.

DOMENICA 6

Volontà

Winston Churchill, statista inglese: “Tutti i grandi conflitti della storia sono stati vinti da una forza
di volontà superiore.”

Lester Thurow da “Testa a testa”, 1992. Mondadori.
“ Perché un paese abbia lo status di super potenza sia economica, sia militare è necessaria
un’autodisciplina spartana.Una super potenza economica per rimanere tale deve effettuare grandi
investimenti nella ricerca e nello sviluppo civile, in infrastrutture pubbliche e formazione
professionale. Una super potenza militare per rimanere tale deve effettuare grandi investimenti nella
ricerca e sviluppo militare, infrastrutture e addestramento militari. Se un paese si accontenta di un
solo tipo di potere, economico o militare, è necessario un grado minore di autodisciplina. Se un
paese non è interessato né al potere economico né a quello militare basta non darsi alcuna forma di
autodisciplina.”