2002 marzo 26 Ciclismo trevigiano

2002 marzo 26 – Ciclismo trevigiano

A Treviso ne nascono da sempre di questi provvidenziali matti, dal leggendario Giorgio Garatti al
nostalgico Massimo Bolognini, che si sono dati la missione di fare archivio del ciclismo di Marca, il
nostro, e che aggiornano ogni dato come se rispettassero una invisibile quanto inesorabile tabella di
marcia dettata dalla memoria storica. Gli almanacchi evocavano festività, lunari, calendari
genealogici, anche fantasie: questo almanacco è l’ Internet portatile della provincia più ciclistica del
Veneto, credo dunque d’Italia.
Un fenomeno di massa che, secondo me, ha a che vedere anche con la cultura di paese, e
quest’ultima con un gene contadino a lunghissima conservazione. Insomma, una icona del tempo
che fu che si clona in professionismo, cicloturismo, tempo libero, gioco della competizione a tutti i
livelli, anche amatoriali.
E’ paradossale; qui non abbiamo strade nemmeno decenti, ma la bicicletta resiste imperterrita
sull’ultimissimo centimetro d’asfalto con 8/9 mila tesserati se ricordo bene, una enormità statistica.
Il ciclismo attraversa poi una terribile fase di disordine farmacologico e tuttavia proprio Treviso
continua a mostrarsi gioiosa et amorosa con il suo sport di famiglia, sospesi come siamo tutti tra
ricordo e progetto, tra investimenti e timori, tra superbo gesto atletico e schèi, tra cadute e
ripartenze. Finché si fanno almanacchi, c’è speranza di scalare alla fine anche i tanti Pordoi della
modernità.
Ho in mente una bella fotografia in bianco e nero di Francesco Moretti in un preziosissimo libro
curato dall’amico Giorgio Fantin sull’”ultima Treviso”. Vi era colto di buon mattino un prof.
Antonio Mazzarolli tirato a lucido, impeccabilmente in abito scuro, camicia bianca, cravatta e
fazzoletto di lino al taschino, con scarpe e calzini neri, ma rigorosamente in bicicletta, esibita dal
sindaco davanti al municipio come la Rolls-Royce di un aristocratico di provincia.
Ho in mente un’altra fotografia, quasi color seppia, da mercatino di Badoere o di Asolo, che mostra
Toni Bevilacqua, che nel dopoguerra era chiamato “maestro” e che Tullio Campagnolo, inventore
del rivoluzionario cambio, amava come un fratello e stimava come un asso. Durante un Giro
d’Italia, Gianni Brera gli chiese :”Toni, cosa fai oggi?” E lui, grandissimo su strada e su pista, gli
rispose come avrebbe fatto l’ultimo gregario: ”Magno un panìn e vào”.
Questa è la terra dove i campioni vincevano con un panino di umiltà e dove i sindaci pedalavano in
abito da sera. Se non merita un almanacco Treviso, non so proprio a chi dovrebbe spettare.