1987 giugno 14 Una sola preferenza

1987 giugno 14 – Una sola preferenza
Non c’è ragione, nessuna. Non c’è ragione di fare l’astensionista o l’assenteista. Di arrendersi alla
scheda bianca, di scarabocchiare scheda nulla, di fare la crocetta a capocchia.
Non è vero che, tanto, non cambia nulla; che sono sempre gli stessi; che il Potere sarà sempre «cosa
loro». Cambierà poco o niente esattamente per la ragione opposta: se un numero crescente di italiani o
non voterà o voterà per dispetto finendo con il lasciare sempre più padroni del campo il voto
organizzato, l’alone degli apparati, l’influsso delle corporazioni, il peso delle clientele.
Grosso modo ci sono oggi quattro modi di affrontare le elezioni: votando un partito per convinzione o
interesse, votando un candidato indipendentemente dal partito, votando solo per senso di appartenenza
alla comunità, infischiandosene sia dei simboli che delle persone. L’ultima tentazione appartiene a chi,
non trovando la pazienza di scegliere, si delega all’indifferenza, e con ciò perde moralmente il diritto a
lamentare guasti da lui stesso aggravati.
Il qualunquismo di massa non è un’arma per migliorare la democrazia: soltanto il boomerang che rende
ancora più monco un sistema già di per sé bloccato negli schieramenti. Il padre del pragmatismo
americano diceva che la democrazia è qualcosa di più di una forma di governo; è prima di tutto un tipo
di vita. Più soggetti la vivono, più s’irrobustisce.
L’ultima crisi di governo ha sconfinato oltre il comune senso del pudore. Ma sarebbe insensato
scambiare la parte per il tutto. Questo Paese cammina, si evolve, cambia. Ha sanato un’inflazione
qualche anno fa da sottosviluppo; per espansione è tra i primi sei al mondo; in consumi culturali spende
il 5,2% del prodotto nazionale, più dei tedeschi, dei francesi, degli inglesi. Pura pagando gli eccessi
della frammentazione, ne risulta una società mai tanto carica di stimoli e di domande.
Quattro anni fa dieci milioni d’italiani cambiarono voto. E oggi non c’è nessun leader, né nazionale né
locale, che riesca a capire come andrà a finire. Altro che immobilismo. Sono cambiate persino le
abitudini elettorali che dal 1948 in poi hanno visto crescere progressivamente il «voto del lunedì»,
salito nel 1983 al venti per cento.
La presenza del partito comunista più forte d’Occidente ha per quarant’anni spinto a dirottare il voto
dai programmi agli schieramenti, ma nemmeno questa anomalia della politica italiana ha paralizzato la
democrazia. Che ha provocato, con la tenacia della libertà, gli «strappi» del Pci dall’Urss, persino il
«doppiopetto» del Msi, senza contare la svolta riformista del socialismo italiano, giunto a togliere dal
suo simbolo falce e martello, ultimi distanti logori segni di colonizzazione leninista.
No, l’abuso del Potere, l’inadeguatezza delle istituzioni, la pochezza dei talenti, la sfrontatezza della
partitocrazia non sono malattie croniche del Sistema. Anche di queste si può guarire, e una cura
efficace è il voto.
Sono elezioni politiche. Richiedono un voto politico, al riparo da manomissioni, secondo coscienza.
Nessuno domanda il paradiso; alla gente basta il buongoverno. E Dio solo sa quanto sia necessario
finché ci sono scuole in sciopero, giovani frustrati dalla scarsa offerta di lavoro, processi che durano
anni, ospedali che costano alla comunità dieci volte il servizio reso, sacche di neo-povertà, una
burocrazia umiliante per chi produce e si dà da fare, un ambiente da salvare come valore di tutti.

In 40 anni questa democrazia ha fatto passi da gigante e ha evitato il suicidio di altri modelli di
«democrazia», proletaria o golpista. Oggi deve espandersi promuovendo l’efficienza, distribuendo
meglio il benessere, facendo della giustizia la bussola laica delle leggi.
Abbiamo assistito in questi giorni a una disperata caccia al voto e al voto di preferenza. Ma la sola
preferenza che conta è quella destinata all’avvenire di un Paese cresciuto insieme all’Europa delle
libertà.

giugno 1987