1983 Marzo 17 Questa Juventus è di razza padrona

1983 Marzo 17 – Questa Juventus è di razza padrona

Che favola questa Juve! Ha eliminato l’Aston Villa, detentore della Coppa Campioni 1982, con un
complessivo 5-2. Ha dato spettacolo in Inghilterra e a Torino. Ieri sera non ha sofferto un solo
momento di impaccio.
Sarebbe bastata una squadra soltanto attenta in difesa per metter fuori gli inglesi. La Juve ha fatto
molto di più, sviluppando una mentalità già sperimentata in Nazionale da Bearzot: tenere il gioco,
sfruttare la superiorità tecnica.
E’ andato tutto molto naturalmente anche perché la chiave degli schemi è un giocatore cartesiano ,
capace di sbarazzare la manovra dagli sgorbi dei comuni mortali, Michel Platini. Si, il football è
ovviamente collettivo, ma prende formidabili accelerazioni quando trova interpreti totali come il
campione francese. Quello che all’avvocato Agnelli ha ricordato Omar Sivori. A vedere questa
ultima Juve, quella di Roma e quella di Coppa, sembra impossibile che debba avere tuttora tre punti
in meno in classifica! Ma questo è un altro strano discorso. Restiamo alla notte europea di Torino e
raccontiamola, in progressione.
Una serata nordica, davvero europea. Italiana e potrebbe essere inglese, nessuna differenza. Sulle
colline dell’Astigiano nevicava; a Torino nubi basse e una pioggia cocciuta, che i teloni di plastica
hanno tenuto a bada fino a un’ora prima della partita.
Gioca Rossi nonostante l’inquietudine di una contrattura. Non gioca l’ala sinistra Morley, molto
pericoloso all’andata: lo sostituisce un coloured, il diciottenne Walters, nato a Birmingham,
tatticamente bastardo, una mezza punta molto laterale sulla quale si sistema Tardelli.
Uno s’aspetta che gli inglesi battuti 2-1 a casa loro, tengano pronte le truppe da sbarco. Non è così,
la Juve non lo consente. La Juve è uno squadrone che sta vivendo il suo momento di pieno tono
dopo gli incredibili sprechi invernali.
La Juve non si rinserra perché non lo potrebbe. E’ la squadra con più giocatori offensivi dell’intera
Europa; sarebbe impensabile che optasse per il catenaccio al quale non ha vocazione. Con calma
prende anzi il pallino della partita.
Gli inglesi tentano qualche percussione da montoni; la Juve li stoppa con i Gentile, Cabrini, Tardelli
che marcia presto in avanti passando quasi sempre dalle parti di Michel Platini, pezzo raro in stile
Luigi XVI messo da mamma natura al servizio di uno sport moderno come il football.
Nel giro di mezz’ora vedo una Juve mondiale! Meglio di così non si può giocare. Giocar bene e
veloce, profondo, mettendo negli snodi della manovra colpi di tacco e finte, eleganze il doppio
improbe su un terreno che non favorisce l’equilibrio.
State a sentire. Una Juve a cui basterebbe pareggiare propone due palle-gol e segna nel primo
quarto d’ora andando in meno di mezz’ora sul 2-0. Totale con Birmingham 4-1!
Anche se fortunoso, mi pare giusto che l’1-0 sia di Platini, smagliante primadonna. A conclusione
di una trama aggirante della Juve, Platini chiude verso l’area e, da una ventina di metri, fa partire il
celebre destro. Il pallone non è del genere missilistico ma porta sulla vernice tutta la pioggia del
Piemonte. Spink è un portierone alto chissà quanto e naturalmente biondo, calzettoni azzurri e il suo
bel maglione di un verde pastello che, ahimè per lui, non dice speranza.

Il portiere si china come da manuale del calciatore e chiude i guantoni bianchi. Oddio, li chiude
come Bordon a San Siro contro il Real Madrid, cioè li porge senza fermezza. Il pallone gli schizza
tra mani, pancia e gambe peggio di una biglia unta di grasso. Ed è gol, come vidi esattamente
uguale, a metà degli anni sessanta a San Siro, in una finalissima di Coppa Campioni. Quella sera,
stessa pioggia, Jair infilò l’1-0 solo, decisivo e nerazzurro tra le gambe del grande Costa Pereira.
La Juve avrebbe potuto anche smettere, ma questa squadra conosce le buone maniere di Casa
Agnelli e quindi deve aver pensato che non era elegante chiudere così, sfruttando la goffaggine del
povero Spink. Come se niente fosse, ricomincia a macinare mentre l’Aston Villa medita
sull’inconfondibile puzzo di eliminazione.
Impressionante l’autorità della Juve, proprio roba da “razza padrona”, più di mezza squadra
campione del mondo in Spagna e il resto fatto di gente di statura internazionale, con la sola
eccezione dei Brio e Bonini, giocatori di nerbo in continua progressione. La Juve gioca stretto, con
triangoli di una difficoltà pazzesca, tanto che gli inglesi non ci capiscono più nulla. Con gente come
Rossi e Bettega, continuamente in alternanza, le loro marcature appaiono patetiche.
Anche il 2-0 è maturo e arriva con una ventata di quelle madrilene: ricordate nella finale Mundial
l’1-0 di Paolo Rossi ala destra che serve il cross.
Sulla proposta, battuta molto virilmente, si sollevano in sfondamento diagonale tanto Tardelli che
Bettega. Tocca a Tardelli anticipare testina bianca infilando nell’angolo impossibile del portiere, a
destra, con una parabola tagliata, imprendibile. Uno “schizzo” giusto come recita il soprannome di
Tardelli.
A Roma c’è ancora chi sta aspettando la moviola, pensa tu. C’è il presidente Viola che sospira di
immaginifici “centimetri” per spiegare l’esito del recente Roma-Juve. Bastava capire un po’ di
calcio per trovare la spiegazione; però come fai a capire se hai il cervello gonfio di pregiudizi?
La Juve ha nerbo e classe. Non aveva la forma, l’ha trovata tra gennaio e febbraio. Qui a Torino,
dopo il 2-0 , ha melinato gli inglesi come a Sua Maestà britannica non era mai accaduto. Controllo
del pallone per due minuti pieni; una ventina e forse più di passaggi consecutivi. Un controllo
perfino irriverente che ha archiviato la partita con più di un’ora di anticipo.
La sproporzione era talmente grande che la nottata è finita a pesci in faccia. Per tutto il secondo
tempo la Juve ha fatto accademia cercando ancora il gol, ma senza soffrire dietro. Mentre il
pubblico dileggiava i malcapitati inglesi e invocava a turno le sue stelle bianconere, la Juve lambiva
a ripetizione il gol in contropiede. L’Aston s’ammucchiava in avanti cercando almeno la
consolazione di battere una volta Zoff, così rischiando alle spalle spazi enormi.
La partita è sempre stata bella, con l’unico difetti di aver rivelato troppo presto tutta la verità. La
Juve cercava ancora il gol non soltanto per divertirsi ma anche perché aveva davanti almeno due
giocatori molto interessati alla cosa: precisamente Rossi e Boniek.
Con cinque reti, Rossi è il miglior goleador della Coppa Campioni 1983, alla pari con l’inglese
Shaw. Chiaro che ci tenesse a migliorare il conto, lui come l’anno scorso fu il migliore anche al
Mundial. Quanto a Boniek, è in fondo l’unico che non partecipa in pieno all’alleluja della Juve. In
Campionato e Coppa produce al 50% delle sue credenziali, accelera come un dragster senza però
riuscire a entrare stabilmente nei meccanismi messi in moto da Platini.
Il quale Platini ha fatto anche il 3-0, sfruttando con dolcezza quasi sfottente il controllo impreciso di
un inglese sul limite dell’area. Michel Le Grand ha domato un pallone schifoso di fango, è entrato

dritto in area e, nonostante una sorta di infrazione di passi, ha trovato la coordinazione per piazzare
nell’angolo.
Insomma una pressione sinfonica, senza scampo per gli inglesi che hanno trovato il gol, a dieci
minuti dalla fine, soltanto perché il centravanti-torre, Mr White, non aveva più accanto Brio, a
toglierli ogni pallone in quota. Lo stopper era infatti stato sostituito pochi minuti prima da Furino,
per il riacutizzarsi di un vecchio disagio all’inguine.
La Juve è semifinalista di Coppa Campioni. Avevano detto quelli dell’Aston: “ Se eliminiamo la
Juve, la Coppa è nostra”. Indovinello finale: la Juve ha eliminato loro, di chi sarà la Coppa?