1978 novembre 26 Sanson, la mia Udinese

1978 novembre 26 – Sanson, la mia Udinese
IL PERSONAGGIO DEL GIORNO / Più Friuli che… Moser!

Oggi l’Udinese incontra la Spal, squadra di metà classifica, la scorsa estate tra le più
accreditate alla promozione in A: partita non facile per i friulani, che non avranno
Bonora e faranno rientrare De Bernardi. L’Udinese di Sanson-Dal Cin-Giacomini è la
rivelazione della serie B e mai come ora il suo presidente ne rappresenta il
personaggio del giorno. Questo ritratto appare sul periodico L’Udinese, distribuito
oggi allo stadio Friuli di Udine.

Che Teofilo Sanson, come suggerisce il nome di battesimo, sia davvero “amico di
dio” è ampiamente dimostrato dal modo scelto per diventare industriale.
Nel 1946 il ventenne Sanson era emigrato a Torino con addosso una gran fame,
soprattutto di lavoro. Sognava un posto alla Fiat, dove l’operaio riesce ad assaporare
due sentimenti: la sicurezza dell’impiego pubblico e l’efficienza dell’impresa privata.
ma non ci fu verso, il portone di Mirafiori lasciò fuori il giovane trevigiano di
Scomigo, con la sua disperazione e la sua urgenza.
Senza residenza e senza licenza, si mise a vendere gelati per le strade, assieme al
fratello Antonio. Avevano un triciclo in due: a Teofilo toccava il lavoro di giorno, ad
Antonio quello di notte. In soli dieci giorni raddoppiarono il capitale, riuscendo a
munirsi di un triciclo ciascuno: da quel momento la Fiat perdeva per sempre un
aspirante alla catena di montaggio mentre l’industria del gelato assisteva alla nascita
in embrione di una Spa in carne ed ossa.
Oggi Teofilo Sanson ha un’azienda che dà lavoro a un migliaio di persone e che fa
parte di una multinazionale americana. Ma una multinazionale che non ha inghiottito
il “padrone”, la sua umanità, il piglio di self-made man rimasto fermo nell’anima agli
amici di Scomigo, alle partite di scopa, agli sport di popolo come il ciclismo e il
calcio. “Ho carta bianca – racconta – e, nonostante la copertura finanziaria, non ho
mai avuto un controllo che sia uno”. La roba è come se fosse tutta e interamente sua,
provvidenziale miracolo nel conservarsi verghiano Mastro Don Gesualdo nell’epoca
in cui volano più pacchetti azionari che rondini.
La voce è raschiata, a tratti afona, obbligandolo a sforzi tiroidei nell’alzare il tono. Gli
occhi possiedono una mobilità furba eppure malinconica, preda facile dell’emozione,
quasi a rammentare ciò che non ha avuto, i figli, o le paure dell’infanzia.
A dispetto del cognome energico, Sanson fu un ragazzo subito esposto ad una vita
difficile. Famiglia povera, una delle più povere del paese, “anche se – precisa con
sommesso pudore – a quel tempo eravamo tutti poveri”. Perse il padre a cinque anni e
la madre aveva cinque figli. Prima di far fagotto per Torino, Teofilo lavorò duramente
nei campi, da bracciante di poche lire e di ancor minori proteine.
Nessun uomo riesce a recidere dalla corteccia cerebrale le proprie radici ed è perciò
abbastanza naturale che, approccio pubblicitario a parte, la “voglia di Friuli” si sia
rafforzata in Sanson due anni fa nei dintorni di Faedis, attorno a lunghe mense da lui
fatte disporre per la gente colpita dal terremoto: “Questa è gente umile e brava”
mormorò al fido Dal Cin “dobbiamo fare qualcosa”.
Il qualcosa è la nuova Udinese, in pochi mesi passato dalla serie C al margine della A.
Definirla nuova diventa obbligatorio soprattutto quest’anno dopo che, con la cessione
di Gustinetti, anche l’ultimo lembo della passata gestione e se n’è andato.
– Ami più l’Udinese o Moser?

Sanson risponde dopo una pausa: “Ora sento di più l’Udinese”. Confessata da uno
sponsor la cosa potrebbe anche voler indicare che, in prospettiva non molto distante,
Sanson dedicherà tutte le sue risorse sportive al calcio furlano.
E a farsene una ragione pure tecnica aggiunge: “con tre elementi in più, questa
squadra può andar bene anche in serie A”.
Dell’Udinese Sanson non si perde più una partita. Tre anni fa la sua prima invenzione
era probabilmente e per intero commerciale, forse rivolta a rimpolpare il mezzo
miliardo di fatturato ottenuto dai suoi gelati in Friuli. Ma oggi l’interesse è quasi
divertimento: arriva alla sfida del marchio stampato sulle mutande dei giocatori dopo
aver sbalordito il consiglio d’amministrazione dell’Udinese presentandosi con i
calzoncini alla riunione. Corre più humour che venalità, più furbizia che speculazione
in questo sponsor fatto in casa, molto più vicino ai mecenati degli anni ’50 che ai
metallici manager degli anni ’80.
Dalla tribuna la sua partita è un encefalogramma sotto sforzo. A saperlo guardare in
faccia, si può indovinare benissimo il risultato in campo. Se l’Udinese sta faticando e
non vince, il giallo delle guance è tossico e fegatoso, lo sguardo incredulo di chi non
sa se prendersela con Dio o con Giacomini. Ma quando segna l’Udinese, le occhiaie
sono allusive, del tutore che è lì giusto per garantire la vittoria.
Ho chiesto a Sanson se il Friuli gli abbia mai dato un dispiacere. Domanda maliziosa,
intenzionata com’era a rimestare quel pasticciaccio della scorsa estate tra Sanson-Dal
Cin da una parte e Massimo Giacomini dall’altra. Ma il Teofilo mi ha ancora una volta
sorpreso andando a pescare l’amarezza da tutt’altra parte: “L’unico dispiacere – mi
confessa – l’ho avuto la domenica del Cagliari quando in tribuna una signora,
accusandoci di aver venduto più biglietti del lecito, mi disse: “non siete onesti!”. Era
la prima volta che mi sentivo dire una cosa del genere”.
Incapace di lunghi rancori quanto propenso a irosi impulsi (“i due minuti…” li chiama
lui), Sanson non ha avuto imbarazzo a posare una pietra sopra allo scontro con
Giacomini, del quale non esita a ribadire adesso: “è un ragazzo che merita, tanto che
gli ho già offerto a scatola chiusa il contratto per il prossimo campionato”.
Il contatto di Sanson con il pubblico è di tipo sudamericano. Ama mischiarsi con la
gente, ascoltare, replicare come un frequentatore qualunque di un qualunque bar
sport. Se la squadra vince, ha il gusto di affollare d’amici e di tajùt la sua cosmica
soddisfazione: ma, beninteso, soltanto se l’Udinese vince perché, dopo un’infanzia a
denti stretti, è molto piacevole arrivare a 52 anni munito persino di una chiassosa e
personale platea.
Nei giorni scorsi Sanson ha chiesto al presidente della regione Friuli-Venezia Giulia
di dare il massimo impulso possibile alla costruzione delle curve, di nuove gradinate e
degli ampi svincoli autostradali: Sanson ha scoperto il calcio come lo immaginava, e
lo condiziona ad uno stadio da 45-50 mila spettatori, tale da ricordargli i lontani echi
di Verona, allorché sembrava che la stanchezza di Saverio Garonzi fosse fatta apposta
per fare dell’Adige un fiume privato dell’irrequieto Teofilo.
Quando arrivò a Udine, Sanson s’accorse che c’è una bella differenza tra il salutare
con un mandi o un ciao, ma ci mise poco a superare le impalpabili staccionate
dell’étnos perché non c’è poi molta distanza tra il Friuli e il Veneto, soprattutto nella
loro cultura minore, di paese, che fa diventare patrimonio della vita le piccole cose e,
al contrario, banalizza i superlativi metropolitani togliendo loro di dosso precari
lustrini.
Teofilo Sanson di Scomigo non ha inventato l’Udinese, preesistente e nobile quanto
certi fossili usciti intatti da alluvioni e squassi. Sanson l’ha però pronunciata con
l’accento giusto, tale da sembrare un figlio naturale del Collio.

Nessuno guarda più a lui soltanto come ad un “marchio”: era forse questo il risultato
più duro da ottenere, e ad esso sono convinto che Teofilo stia sacrificando ora anche
qualche nota-spese della multinazionale.