1978 giugno 26 Il mondiale all’Argentina

1978 giugno 26 – Il mondiale all’Argentina
Battuta l’Olanda 3-1 nei tempi supplementari

BUENOS AIRES – Argentina campione del mondo dopo due ore di una finalissima
tirata. In certi momenti fantastica per emozioni e gioco! Ha perso l’Olanda che dal ’74
in Germania ad oggi ha avuto la sfortuna di andare entrambe le volte in finale con il
paese organizzatore, sempre pagando un debito di atmosfera che ha consentito ai
gauchos di superare l’handicap negli schemi.
Dopo l’1-1 del tempo regolamentare, la decisione è andata ai supplementari, quando
oramai temevamo la ripetizione di dopodomani. In pochi minuti ha vinto quasi da
solo Mario Alberto Kempes, di Cordova, professionista in Spagna, capelli a criniera
corvini, un viso affilato, gambe possenti, l’andatura del purosangue che sale dalle
retrovia verso il gol. Sfondando al centro, con una delle sue tipiche spallate, ha
portato in vantaggio l’Argentina servendo alla fine per Bertoni anche il 3-1. Era la fine
di una partita all’ultimo quarto d’ora cattiva, troppo importante, animosa, a nervi
scoperti, attraversata da acidi e paure, istinto di picchiare, simulazioni. Tutto ciò, dopo
almeno un’ora di grandissimo gioco olandese, solenne, come certe sonate per organo,
poderoso, dove il ritmo, la forza atletica e il palleggio si fondono. In quel periodo
l’Olanda ha pareggiato e, proprio al 90′, ha colpito con Rensenbrink il palo più
maledetto della storia del calcio dei tulipani.
È nei supplementari che l’Olanda ha pagato il suo unico difetto, la presunzione, i
cinque uomini stabilmente all’attacco e una difesa scoperta per
troppa
sottovalutazione degli argentini. Questi ultimi inferiori in quasi tutto fuorché nel
corazòn, mai spenti, mai battuti, mai arresi, bloccati in difesa attorno all’angelico
Passarella e ventosi ogni volta che il gioco si apriva su Kempes, autore di due gol e
mezzo!
La finalissima era nata sul nascere tesa, con un urlo criollo del pubblico,
onomatopeico, di tuono lontano.
Ottantamila persone, un carico tanto stipato di gente che un’ora prima della partita lo
stadio ha avuto un sussulto: sulle prime tutti abbiamo creduto al terremoto, smentiti
poi dall’architetto costruttore dell’impianto del River Plate: “Un fenomeno di
assestamento, già previsto nei piani di costruzione”, ha spiegato, sbalordendoci e
tranquillizzandoci insieme. Nemmeno l’ombra del fair-play quando era apparsa in
campo l’Olanda, subissata di fischi, mentre l’apparire dell’Argentina era coinciso con
un’esplosione unica tra il coreografico e l’ebbro che non si è mai vista in nessuno
stadio al mondo. Una nube di larghi coriandoli e di lunghissime stelle filanti, quasi
un’esplosione di una gigantesca bomba di carta all’interno dello stadio.
Nel rapido buio invernale, il Mundial ’78 chiude in un’atmosfera parossistica, in una
ronda di nazionalismo che non ha precedenti nel dopoguerra del calcio. Tango si
chiamava il tipo di pallone usato per trentotto partite e l’Argentina ha vinto il suo
primo tango mondiale. Questa vittoria l’ha pianificata per due anni con un ritiro senza
precedenti, sconosciuto alle abitudini europee. Ha raccolto i frutti in due ore di gioco,
resistendo all’Olanda e beffandone infine la vanità di superuomini arrivati qui con
l’aria di imbattibili e biondi grattacieli.
La finale, magnificamente arbitrata dall’italiano Gonella, non ha defraudato nessuno.
Semmai, sull’escalation dell’Argentina pesano due vittorie non limpide sulla Francia e
sull’Ungheria, mentre il Perù del 6 a 0 è stato accolto l’altro giorno a Lima con lancio
di monete. Un’ombra che in un bilancio generale non può essere dimenticata, anche se
le dieci edizioni dei mondiali sono sempre state in qualche modo una testimonianza di
quanto conti organizzare il campionato.

Argentina campeon, dunque. Ha vinto in casa, ma ha vinto. L’Olanda ha dovuto
piegare in due anche i suoi grattacieli. Le guerre stellari del Mundial ’78 sono finite.