1976 luglio 17 La regina Elisabetta ha aperto i Giochi

1976 luglio 17
ACCESO A MONTREAL IL FUOCO OLIMPICO: OGGI LE PRIME GARE
Elisabella ha aperto i Giochi ma l’Africa è tornata a casa
Le rappresentative di ventidue Paesi africani, sono state richiamate in patria dopo la negata
espulsione della Nuova Zelanda – Settantamila persone presenti alla cerimonia inaugurale –
Klaus Di Biasi alfiere della squadra italiana
MONTREAL, 17 luglio

Quando, tutta in rosa confetto, la regina Elisabetta ha preso posto sul palco, le nubi si sono
diradate e il sole è entrato nell’ellissi dello stadio: gli antichi ne avrebbero tratto buoni auspici. Ma,
soltanto qualche minuto dopo, è iniziata la sfilata degli oltre cento Paesi e l’Olimpiade ha dovuto
fare la conta dei presenti degli assenti. Quasi tutta l’Africa se ne è infatti ritornata a casa e Lord
Killanin non ha potuto rassegnarsi dicendo: «la partecipazione ai giochi non è obbligatoria».
Ventidue Paesi africani hanno tentato fino a poche ore prima dell’apertura di ottenere l’esclusione
della Nuova Zelanda, colpevole di aver mandato in squadra di rugby degli All Blacks in tournée nel
razzista Sudafrica. Di fronte al no del Comitato Olimpico, ventidue governi hanno ordinato alle
rispettive rappresentative di fare le valigie.

A Montreal l’interferenza politica ha, a questo punto, toccato il record della raffinatezza e del
sofisma tanto che Nicolò Machiavelli qui si sentirebbe spaesato peggio di un bambino. Settarismo a
parte, si tratta di un forfait che lascia anche un forte vuoto tecnico, come l’ugandese Aki-Bua, il
tanzaniano Bay, il keniota Boit, tutti campioni da medaglie d’oro, senza contare i pugili nigeriani e
le bellissime staffette negre dei 4×400.

Ma come mai in tale occasione l’Olimpiade, che già non rappresenta 700 milioni di cinesi, si
trova in difesa, specchio di mille grane esistenti al mondo, incapace di scindere lo sport dalla
realpolitik dei governanti.

In questo caso, degli oltre trenta Paesi africani sono rimasti soltanto Camerun, Senegal, Mali,
Marocco, Costa d’Avorio, Swaziland e Tunisia. È stato questo il sottofondo vero dell’apertura
dell’Olimpiade che nemmeno la suggestione dei canti, dei colori e degli effetti coreografici è
riuscita a mascherare.

Per il resto, tutto si è svolto secondo un cerimoniale ormai tramandato, con poca suspence.
Qualcuno aspettava i fischi a Elisabetta da parte della maggioranza francofona di Montreal: non ci
sono stati, anzi. Qualcuno ha provato a rumoreggiare quando è apparso lo squadrone USA ma, per
reazione, il pubblico l’ha applaudito con più intensità. Quanto all’URSS, le sue divise a tinte
pastello le hanno dato un’aria tutt’altra che proletaria.

In mezzo a tante nazioni che hanno fatto soprattutto del simpatico folklore, l’Italia si è distinta
per sobrietà. Lo stile era tutto condensato in Klaus Dibiasi, il portabandiera, un atleta che da giorni
soffre per le infiammazioni a gambe e braccia, i medici gli avevano consigliato di rinunciare a
questa passeggiata di tre ore e di pensare piuttosto a riposarsi. «Tra la medaglia e la bandiera,
preferisco quest’ultima», ha risposto testualmente Klaus, non una virgola in più non una in meno.
Dibiasi è alla quarta Olimpiade e, a differenza degli altri più cinici interpreti dello sport anni ’70,
riesce ancora ad avvertire i significati, i simboli, le piccole favole di una carriera di atleta.

Quando la regina Elisabetta ha proclamato l’apertura della ventunesima Olimpiade moderna, 70
mila spettatori hanno atteso la fiaccola. In quel momento, a dispetto di tante divisioni, si è diffuso
un misto di stupore e di serenità. Per evitare che, a forza di reciproche intolleranze, l’Olimpiade si

spopoli e finisca con il diventare un colossale meeting Usa-Urss tra superpotenze, la gente ha in
quel momento davvero voluto sperare che ci possa ancora essere margine allo sport.