1975 marzo 30 I cerotti di Sormani. L’orca di paron Rocco

1975 marzo 30 – I cerotti di Sormani / L’orca di paron Rocco

I sommeliers sono dei chierici, la loro tasse à vin pende sacralmente
sul petto. Potessero, nel servire sceglierebbero sempre vesti Luigi
XVI. Prima di porre labbro al bicchiere, flottano certi rossi a forza
sette, che non sai come facciano a non straripare nemmeno un
goccio. Occhieggiano e gesticolano per escluderti dall’iniziazione,
scoprono nel vino sapori di liquirizia e vaniglia mai sospettati dai
comuni mortali. Il vino è il loro Primo Motore, hanno l’aria di non
credere ad altro.
Mentre assaggiavamo le pappardelle di Danilo, l’altra sera a
Salvarosa, il rampollo dei Fior versava con disprezzo misto a
sussiego nel calice di Puricelli e nel mio. Ettore stava raccontando di
un’annata d’oro, il 1939, l’anno in cui la vigna do Brazil diede il
Sormani, la cui bontà è ancor oggi pari all’invecchiamento: “E forse –
precisa Puricelli – Angelo ha pure qualche anno in più dato che i
brasiliani non sono molto
le nascite
all’anagrafe…”.
Un giorno, durante la trasferta a Napoli, il Puri e Sormani si
appartarono al tavolo di un bar cominciando a sommare i periodi in
cui il giocatore era stato ingessato, tutti i periodi di una lunghissima
carriera. Il risultato fu questo: 362 giorni, un anno frantumato in
decine d’episodi. Di Sormani si conoscono le calcificazioni, gli allarmi
di gotta. Un’ora prima della partita la sua occupazione sono i cerotti,
un po’ dappertutto, piede, caviglia, ginocchio, anca, posati con mano
di specialista. Franco Binda, il medico che ne ausculta gli scricchiolii,
sorride e approva quando Ferrante visualizza con dei gesti la
progressione di Sormani durante gli allenamenti: il martedì è come
paralizzato braccia e gambe, il mercoledì si sciolgono le braccia, il
giovedì si ricomincia ad avere la vaga impressione dell’atleta, il
venerdì le giunture pigliano discreta mobilità (“samba, samba!”
attacca l’Angelo), la domenica è un giocatore, il campione ripristinato.
Angelo Benedetto Sormani gioca in Italia dal 1961. Ha sempre
segnato dei gol, anche 21 con il Milan, tranne tre anni fa quand’era
della Fiorentina. Oggi, sia pure “contro” la Fiorentina, tenterà di
colmare a posteriori la lacuna.

rapidi a denunciare

Noi lo conosciamo come paròn, a Firenze l’hanno chiamato buba,
che sarebbe un Gino Bartali, uno che brontola, uno “del tutto
sbagliato”. A sessantatré anni i nuovi soprannomi significano crisi, il
segno che la gente non riesce ad accettarti per quello che sei stato e
sei, ma ti vuole riverniciare a nuovo, e Rocco era già paròn venti anni
fa, figuriamoci se può sentirsi buba adesso soltanto perché i fiorentini
l’estate scorsa stipularono con lui un contratto da cinquanta testoni.
Già da un pezzo Nereo Rocco è in cassa integrazione. La sua
separazione dalla Fiorentina è il fatto più atteso dell’anno dopo
l’uscita di Orcynus Orca, il romanzo di D’Arrigo, ex-calciatore del
Messina. E, sia pure con un drammino da pallonari, anche il paròn ha
trovato a Firenze la sua “orca”, l’appuntamento con il rifiuto, vattene.
E’ falso che Rocco non sia adatto ai giovani della Fiorentina. Vero
invece che Firenze è per lui una città sbagliata. Rocco si illuse di
poter rifare il pendolare di panchina dopo il lungo assestamento
sentimentale di Milano, dove Corso Magenta era oramai la sua casa,
l’altro capo di Trieste, dove l’Assassino con Nick Carosio, Bruno
Raschi, Vitaletti, Fineschi e Ottavio Gori era il suo foyer, dello
scopone, del tressette e del ciapa nò.
Un tipo come Herrera può rifarsi in eterno gli itinerari, uno come
Rocco no perché i “luoghi santi” di Nereo sono pochi e non possono
più aumentare per un nostalgico della sua forza.
A Padova era Cavalca e un po’ tutta la città dato che, come lui stesso
racconta, “anche i spazzini me veniva a raccontar dei movimenti dei
miei giogadori via dall’Appiani”. a Torino era il retrobancone del
campo Filadelfia, con Bearzot, Beppe Bracco e il grignolino. Sì,
anche a Firenze ha trovato un cuoco, un tassista e Mario Mazzoni
per il tressette, ma tutto il resto dell’Arno gli rimane estraneo se non
ostile.
Nessuno vuol sul serio rammentare le millanta assenze che la sua
Fiorentina ha patito quest’anno. Nessuno mette sul serio i puntini
sugli “i” del suo divorzio dal Milan: un Milan che, contro l’opinione di
Rocco, credette d’aver fatto un affarone vendendo Prati per 600
milioni; lo stesso Milan che, andatosene Rocco, ha preso la metà di
Calloni per 250 milioni e la metà di Gorin per altri 250 milioni! Interi,
fanno un miliardo, quanto Cruyff!
Pieno d’influenza, d’antibiotici e di delusione, il paròn passa per
Vicenza spendendo i suoi ultimi spiccioli toscani. Ma lo aspettiamo

ancora, chissà, forse nel Veneto dove nessuno gli darà del buba,
Maria Barzin Rocco, figli e nipoti possono aspettare