1967 aprile 25-30 L’ultima Inter

1967, aprile, 25-30

L’ultima Inter

SOFIA è diventata improvvisamente la città più difficile e assurda che l’Inter abbia
conosciuto nella lunga carriera di Coppa. Sofia, nei piani nerazzurri, era destinata ad una
passeggiata turistica. Ma tutti i pronostici sono stati sovvertiti, una settimana fa, a San Siro.
Dopo aver fatto fuori Voronin e Streltzov, Farkas e Puskas, Amando e Pirri, Sofia, la capitale
di Bulgaria, tra poche lunghissime ore, sarà la tomba o il canto del cigno dell’« ultima Inter ».
Di questa Inter stanca, sfinita, « molla » come l’ha definita domenica scorsa Angelo Moratti.
Sono in molti a darla oramai per spacciata; a sostenere che a Sofia l’Inter perderà Coppa e
scudetto. Herrera avverte la situazione come l’animale finta il fuoco. Herrera, perciò, si
appiglia alle sue armi preferite: orgoglio, grinta, fama, gloria e denaro. L’Inter può battere il
CSKA proprio in casa sua. Ma, se lo farà, lo avrà battuto con il temperamento. In ogni caso,
sarà il canto del cigno dell’« ultima Inter »: la Inter delle ultime cinque, ruggenti annate, è
finita. Specchio di una formula che oramai ha dato tutto.

40.000 spettatori, 40.000 testimoni ha avuto l’Inter domenica scorsa, prima di salire sull’aereo
diretto in Bulgaria. 40.000 testimoni delusi, angosciati, ma non sbalorditi. Perchè, nonostante
contorsionismi e paraventi di comodo, la verità è una sola e non smentibile: l’Inter è alle corde, in
usura, sulla difensiva, già da un pezzo. Nessuno può essersi scandalizzalo per l’ultima anemica
esibizione, contro la Lazio. Basta rifarsi, non dico a tutta una serie di partite, ma soltanto ai
recentissimi risultati. L’Inter ha spremuto sangue per riuscire a battere il Bologna (anche se
grandissimo e addirittura immenso in Helmut Haller). Tra buoni e fasulli, ha incassato quattro gol
dal Venezia super-poareto: l’Inter che in 27 partite aveva incassato 15 reti; l’Inter che negli anni
scorsi si vantava soprattutto di un record (quello del maggior numero di gol fatti e del minor
numero di gol subiti), « questa » Inter non « può » subire quattro reti a Venezia.

L’ alibi di Herrera

Dopo Venezia, la Coppa. Dice Herrera: « I giogadori sottovalutano un avversario come il CSKA ».
In semifinale di Coppa dei Campioni è però impensabile che giocatori professionisti, di illimitata
esperienza internazionale, sottovalutino come ragazzini: oltretutto, se una squadra è arrivata alla
semifinale, può essere battibile ma sicuramente non debole. Contro il CSKA comunque,
sottovalutazione o meno, l’Inter non riesce a sfuggire alla spirale della scarponeria (bulgara) e della
impotenza offensiva (nerazzurra). E’ sempre un’Inter in rottura. E continua a rompere, non riesce a
riconquistare il passo giusto, regolamentare, nemmeno contro la Lazio: due tiri di Suarez, uno
stupendo shoot di Cappellini, un colpo di testa di Guarneri. E poi basta. L’alibi « immediato » di
Herrera è stato: assenza determinante soprattutto in fase offensiva (Mazzola, Bedin). In più, una
diffusa e abituale deconcentrazione in vista della partita-limite di Sofia. Gli alibi sono entrambi
validi, ma non spiegano il « periodo » dell’Inter. Possono giustificare soltanto il punto perduto con
la Lazio, ma non il periodo negativo, claudicante, a stento mimetizzato, dell’Inter di questo finale di
campionato che « Il Giorno » ha definito, nell’edizione di lunedì, « penoso ».

Per capire l’Inter di oggi non servono alibi di un giorno. Occorrono ragioni che vadano alla

radice di un fenomeno che Moratti, con tutta la sua autorità e personalità, tenta ormai soltanto di
« contenere ». Le ragioni più palpabili, a mio avviso, sono tre.

1) Impegni-extra.
2) Tensione-polemica.
3) Usura-dl-formula.

La sfortuna di Allodi

IMPEGNI EXTRA. E’ già stato detto molte volte, ma va ripetuto: nessuna squadra del campionato
italiano si è sottoposta ad una routine nemmeno lontanamente paragonabile a quella sostenuta
dall’Inter durante questa stagione. Coppa del Campioni: in mancanza di logiche teste di serie, Italo
Allodi ha sempre avuto la sfortuna di estrarre dalla scatola del sorteggio il nome più impegnativo.
Prima la Torpedo, poi il Vasas, poi il Real Madrid. L’Inter si è giocata in sei partite di Coppa
energie psico-fisiche equivalenti perlomeno a dieci-dodici partite di campionato. Sono in molti a
sostenere che l’Inter si carica in Coppa per il campionato: secondo questa teoria, la fatica effettiva
non si farebbe sentire in maniera sensibile. A parte il fatto che carica nervosa e fatica fisica non si
identificano, è comunque sempre questione di limiti. E’ chiaro che tre sorteggi come quelli
sopportati dall’Inter superano di gran lunga la media-tollerabile. Soprattutto quando a questo
surplus-di-Coppa si aggiunge un altro surplus: quello della Nazionale che sicuramente non carica
nessuno. Russia, Romania, Cipro, Portogallo: le ha giocate l’Inter; nove undicesimi, otto undicesimi
dell’Inter. La somma aritmetica di tutta questa serie di impegni-extra spiega in parte il calo alla
distanza dell’Inter, registrabile in questo periodo in maniera abbastanza netta.

TENSIONE POLEMICA. Mai come durante questa stagione l’Inter ha accusato moventi
polemici in una dose tanto anormale. Ha cominciato il campionato nel clima torrido post-Mondiali.
Tutta l’Inter si è caratterizzata come la negazione per eccellenza dei Mondiali. Quando dico Inter,
dico tutto l’ambiente: giocatori, Herrera, Moratti, pubblico. L’inserimento progressivo di Herrera
sulla panchina azzurra, la quasi identificazione dell’Inter con la Nazionale hanno creato nei
giocatori responsabilità e tensioni « dirette » che, sotto il governo anti-interista di Edmondo Fabbri,
erano soltanto di, a volte violenta (leggi Corso), « reazione ». A parte le progressive polemiche per
la progressiva « confusione » tra Inter e Nazionale, c’è stato un inarrestabile movimento di fronda
con radici arbitrali. Movimento che ha assunto in alcune circostanze toni isterici. Ricordiamo la
polemica-Catella in occasione del caso-De Marchi; la bottiglietta-Moschioni; la recentissima
polemica Inter-Bologna: ho citato soltanto gli episodi più appariscenti e recenti. Dice Herrera, e con
lui molti altri: « L’Inter ha sempre dato il meglio di se stessa quando era al centro di attacchi
polemici ». E’ esatto. Ma le tensioni di questo genere possono dare risultati positivi, quando c’è la
squadra, con tutta la sua forza intatta. Forza che l’Inter ha ritrovato quest’anno in occasioni esaltanti
(Budapest-Madrid), ma sulla quale non ha potuto matematicamente contare. Perchè?

O si rinnova o si muore

3) USURA DI FORMULA. Gli impegni extra anormali; le tensioni polemiche anormali, si sono
inseriti su un’Inter che non è più l’Inter degli anni scorsi. Dieci giorni fa, Helenio Herrera, ad
Appiano Gentile, mi disse: « Io non posso continuare a fare i miracoli: se l’Inter non si rinnova
subito, è finita! » L’argomento è di attualità all’Inter. Se ne parla tutti i giorni, sempre. L’Inter si sta
giocando Coppa e scudetto 1967, ma la parola d’ordine è « rinnovamento ». Chiunque conosca a
fondo l’ambiente interista, avverte nell’aria un diffuso senso di disagio. Non è, questo, allarmismo
determinato da alcuni risultati contingenti. Se anche l’Inter riuscisse a conquistare Coppa e scudetto

il discorso non cambierebbe di una virgola. Lo sanno tutti che, per vincere la Coppa, all’Inter
mancano 180 minuti: due vittorie, una a Sofia, tra poche ore, ed una a Lisbona, nella finalissima del
25 maggio. Lo sanno tutti che, per vincere lo scudetto, basterebbe all’Inter pareggiare l’incontro
diretto con la Juve a Torino, il prossimo 7 maggio. In teoria dunque, e forse in pratica, l’Inter può
giocarsi tutto in 270 minuti, tra Coppa e campionato. Concentrazione, grinta e temperamento per
270 minuti ancora ne possiede. Può quindi vincere ancora tutto, ma il discorso di fondo,
avveniristico, non si sposta di un millimetro. E’ la « formula », fatta di uomini, di umori e di schemi,
che è logora, arrugginita, ingolfata. Se è statisticamente vero che l’era di una grande squadra dura
cinque anni, i cinque dell’Inter sono già trascorsi. Moratti non dovrebbe far altro che rassegnarsi ad
assistere al crepuscolo prima, al tramonto poi. Recenti manifestazioni di insofferenza da parte del
presidente interista, i suoi larvati propositi di abbandono, potrebbero anche riflettere la stanchezza
di tutto un ambiente. Ma io credo che più di stanchezza d’ambiente, si tratti di usura di una formula.
L’Inter, proprio in questi giorni, sta cioè dimostrando con alcuni esempi significativi, di non essere
più un meccanismo perfetto (o quasi perfetto). Cito tre esempi.

a) Dichiara Angelo Quarenghi, medico dell’Inter: « Perchè Sandro Mazzola guarisca
perfettamente alla caviglia, dovrebbe rimanere fermo tre mesi! » Ma Sandro Mazzola non può
rimanere fermo nemmeno tre giorni! Tutto il girone d’andata dell’Inter (e buona parte del secondo)
ha avuto un protagonista indiscusso: Mazzola. I suoi gol, le sue palle-gol, la sua forma splendida, il
suo gioco d’attacco, hanno permesso all’Inter di celare tutte le sue lacune. Mai giocatore è stato
tanto indispensabile all’Inter quanto il Mazzola di questo campionato. Non per nulla a lui non è
permesso nemmeno di guarire. A parte questo, non si è fatto nulla per lasciarlo guarire quando
avrebbe potuto « senza » disturbare nessuno, soprattutto l’Inter, che già il club al quale appartiene!
Herrera ha sacrificato la caviglia di Mazzola sull’altare della Nazionale. Questa è storia. Mazzola,
contro il Portogallo, giocò con la capsula della caviglia sinistra appena rientrata nell’alveo, con i
legamenti del piede in torsione, con una fasciatura stretta che bloccava completamente la
circolazione. E contro il Parere del medico, Quarenghi, che aveva Mazzola in cura a San Pellegrino.
Dopo il Portogallo, l’incubo dell’infortunio è sempre volato basso su Mazzola. Ha giocato partite
senza mal calciare con il sinistro. Ha avuto ricadute più o meno violente. E’ bastato un calcio
(premeditato e scientifico) di un bulgaro per rendere drammatico il suo ricupero, Le responsabilità,
di chi se le è assunte, sono enormi. Sarà una coincidenza, ma da quando Mazzola ha cominciato a
zoppicare anche il campionato dell’Inter si è fatto zoppo.

Facchetti meglio di Vinicio

b) Dichiara Vinicio (al sottoscritto) una decina di giorni prima della partita con la Lazio: « Se anche
Herrera mi chiamasse non sarei pronto! Assolutamente: già da un pezzo mi alleno più che altro per
mantenere il peso e il fiato in condizioni discrete, ma non ho più il ritmo di una partita. Non mi
alleno più per giocare ». Dopo la carneficina bulgara, Herrera chiama in squadra Vinicio: fa
letteralmente pena. Stringe il cuore vederlo inciampare, cadere, sedersi sulla palla come uno
straccio, ma è così. Non è allenato nemmeno per cinque minuti di partita. Allora perché umiliare lui
e danneggiare la squadra? Dice Gian Marco Moratti: « Con un Vinicio ridotto così, Herrera poteva
mettere Lanzini terzino e portare Facchetti all’attacco. » Vinicio come Jair! Vinicio contro la Lazio
dopo tre mesi di inattività e Jair contro il CSKA dopo quaranta giorni di bando ufficiale. E pensare
che sia a Jair che a Vinicio fu sacrificato… Peirò.

Il Mago cancella Bedin

c) Bedin che, due anni fa, fu l’elemento determinante del « sorpasso » clamoroso ai danni del Milan
di Gipo Viani e che si impose fulmineamente come uno dei più interessanti mediani d’Italia, ha
subito un’involuzione pericolosa. Sembra che Herrera lo abbia già « cancellato », indicando come
suo sostituto, nel taccuino di Allodi, Bertini. Anche il caso-Bedin lascia perplessi.

Tre esempi significativi. La conclusione non può che essere una: certo logorio, certa usura, certe
difficoltà e insufficienze di fondo hanno portato a forzature inopportune (Mazzola), a scelte
discutibili (Vinicio), a casi non risolti (Bedin). L’Inter, oggi come oggi, è a poche ore dalla Coppa.
In 270 minuti (Sofia-Lisbona-Torino) si giocherà tutta un’annata. In forma non lo è più ed è pure
alla ricerca di una dimensione nuova. Se riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi, lo avrà fatto perchè
si sarà letteralmente superata. Vincerà con il carattere, il temperamento, il superiority-complex che
la distingue. Ma in ogni caso sarà il canto del cigno di « questa » Inter. Di questa che verrà ricordata
come l’« ultima » Inter del quinquennio d’oro. La prossima, quella del futuro, comincerà forse,
con… Helmut Haller! Se con lo scudetto europeo e tricolore sulla maglia, questo nessuno, ancora lo
sa.