1998 marzo 21 Le rondini

1998 marzo 21 – LE RONDINI NON TORNANO PIÙ

Oggi vogliamo parlare delle rondini. Non da ornitologi, non da etologi, non da poeti, non da
protezionisti della “Lipu”. Ma da familiari.
Non sono tanti, anzi, gli uccelli che fanno il nido nelle case degli uomini. Che cercano un tetto, una
trave, un balcone, un porticato, una soffitta, una stalla. Che cantano in casa, in libertà, senza gabbia:
come in famiglia. Con noi, accanto a noi, come entrare e uscire dallo stesso condominio. Era così, ora
non più.
Gli esperti dicono che il loro numero è sceso in Italia del 40 per cento. Ci sono bambini che non le
conoscono, che non le riconoscono, che ignorano i proverbi… San Benedetto la rondine sotto il tetto…
Una rondine non fa primavera…
Le stagioni come una scansione dell’anima, il mistero contadino – rammenterebbe Nino Naldini-
collocato dentro di noi come un orologio biologico.
Lo so chi ci vorrebbe per scrivere bene di certe cose, speciali come le rondini.
Non più Manzoni o Pascoli, né Carducci e D’Annunzio, nemmeno Ungaretti. Ci vorrebbe Pier Paolo
Pasolini, qualcuno capace di sentire “un paese di temporali e di primule”, di avvertire la malattia nella
scomparsa delle lucciole, di capire che uomini e ambiente si tengono assieme o assieme impazziranno.
Sono un simbolo le rondini, test della qualità del vivere. Se loro vivono con sempre maggior fatica tra
di noi, ci deve essere qualcosa che vive male anche in noi. È questo.
Per trovarci, le rondini si fanno dei viaggi da non credere, e tornano ciascuna al proprio indirizzo, al
nido lasciato in autunno, prima di svernare in Africa. Si dice: memoria da elefante; dovremmo dire:
memoria di rondine. Il prof Mainardi ha scritto: “Tante rondini tante memorie”.
Ritornano sempre in meno perché non le aiutiamo a ricordare. Peggio, le uccidiamo in tanti modi:
“l’hirundo rustica” non fa più per noi inurbati.
Per costruire il nido, la rondine ha bisogno di fango e argilla, ma non ci sono più fossi. Trovato un
oggetto, dovrebbe sorbirsi chilometri per trasportare un goccio d’acqua e conservare abbastanza saliva
nell’impasto con paglia e piume. Ha una memoria di ferro, ma non ha più l’habitat familiare: tra quel
mondo crudo “rustico” e la nostra civiltà “urbana”, c’è stata di mezzo un’apocalisse.
Un giorno Ugo ha preso una noce di cocco e l’ha tagliata a metà, inchiodando due quarti di sfera sotto
le travi della stalla. Ne ha ricavato due nidi artificiali. Ha anche usato una presa di cemento, costruendo
con cura un altro nido; funzionano tutti, le rondini se li sono imbottiti con altrettanta perizia. Hanno
capito tutto.
Ma Ugo è un contadino, figlio di contadini, che appena a nord di Conegliano, dove lo sguardo dondola
tra le colline, cura un podere di 22 campi, “i sette pini” lo chiamano, come se fosse il pan di zucchero
un’arca di Noè di piante, animali e uomini alla pari, senza gerarchia. E senza veleni.
Anche le rondini muoiono di veleni chimici. Ci mettono una quindicina di giorni a covare 4/5 uova, ma
basta una giornata a far fuori tutti i piccoli.
Le rondini adulte possono resistere, i piccoli no, non hanno scampo quando si alza sui vigenti e sui
frutteti la nuvola di trattamenti. Nuvole chimiche che trasformano moscerini, mosche, insetti, tutto il
cibo catturato dalle rondini in bocconi micidiali per la covata.
Non tutta la chimica è letale, c’è chimica e chimica, gente che sa scegliere e gente che non vuole
aspettare. I peggiori prodotti sono quelli che costano meno; sono anche vietati, ma alimentano un
fiorentissimo mercato nero.
Diserbano la vita. Ingannano.

Se la frutta appare tutta sana, la natura ha dato forfait. Per eliminare il ragno rosso, velenoso,
avvelenano il ragno e tutto il resto, facendo incattivire anche i prati: se usi il loro foraggio con una
vacca incinta, l’aborto è sicuro.
In certe serre, eleganti a vedersi, i pomodori crescono a forza di flaconi da tumore. Nemmeno le api
resistono ai fiori irrorati da sostanze a chilo.
Se possono le rondini preferiscono le stalle. Perché soltanto le mosche di stalla sono sane, mangiabili
come dio comanda. Non sono ancora arrivate quest’anno le rondini, nemmeno nel garage a cielo aperto
del mio condominio. Un amico mi ha detto che ne ha viste un paio a Pieve Soligo. (Ho pensato: forse
vanno prima dalle parti di Andrea Zanzotto, che, da poeta, le cose le sa prima).
Se non sono arrivate, vuol dire che l’inverno non è ancora finito. E se fra qualche mese tarderanno a
partire, vuol dire che l’inverno tarderà un po’.
Qualcuno mi dirà: ma con tutti i problemi che abbiamo, che se ne frega se le rondini spariscono piano
piano. A questo qualcuno dico che sbaglia, che non tutto è mercato, prodotto, cifra.
Mormora Ugo: “Vogliono guadagnare tutto e subito, ma che se ne faranno?”
Se oggi, su 100 piazze d’Italia, si parla di rondini è perché siamo noi il problema, non le rondini.
Ha ragione Ugo.

Giorgio Lago

1998 marzo 21 – LE RONDINI NON TORNANO PIÙ

È il suo giorno oggi, il giorno della rondine, 21 marzo, primo giorno di primavera, San Benedetto; e noi
ne vogliamo parlare. Non da ornitologi, non da etologi, non da poeti, non da protezionisti della “Lipu”.
Da familiari, vogliamo parlare delle rondini.
Non sono tanti, anzi, gli uccelli che fanno il nido nelle case degli uomini. Che cercano un tetto, una
trave, un balcone, un porticato, una soffitta, una stalla. Che cantano in casa, in libertà, senza gabbia:
come in famiglia. Con noi, accanto a noi, come entrare e uscire dallo stesso condominio. Era così, ora
non più.
Gli esperti dicono che il loro numero è sceso in Italia del 40 per cento. Ci sono bambini che non le
conoscono, che non le riconoscono, che ignorano i proverbi… San Benedetto la rondine sotto il tetto…
Una rondine non fa primavera…
Le stagioni come una scansione dell’anima, il mistero contadino – rammenterebbe Nino Naldini-
collocato dentro di noi come un orologio biologico.
Lo so chi ci vorrebbe per scrivere bene di certe cose, speciali come le rondini.
Non più Manzoni o Pascoli, né Carducci e D’Annunzio, nemmeno Ungaretti. Ci vorrebbe Pier Paolo
Pasolini, qualcuno capace di sentire “un paese di temporali e di primule”, di avvertire la malattia nella
scomparsa delle lucciole, di capire che uomini e ambiente si tengono assieme o assieme impazziranno.
Sono un simbolo le rondini, test della qualità del vivere. Se loro vivono con sempre maggior fatica tra
di noi, ci deve essere qualcosa che vive male anche in noi. È questo.
Per trovarci, le rondini si fanno dei viaggi da non credere, e tornano ciascuna al proprio indirizzo, al
nido lasciato in autunno, prima di svernare in Africa. Si dice: memoria da elefante; dovremmo dire:
memoria di rondine. Il prof Mainardi ha scritto: “Tante rondini tante memorie”.
Ritornano sempre in meno perché non le aiutiamo a ricordare. Peggio, le uccidiamo in tanti modi:
“l’hirundo rustica” non fa più per noi inurbati.

Per costruire il nido, la rondine ha bisogno di fango e argilla, ma non ci sono più fossi. Trovato un
oggetto, dovrebbe sorbirsi chilometri per trasportare un goccio d’acqua e conservare abbastanza saliva
nell’impasto con paglia e piume. Ha una memoria di ferro, ma non ha più l’habitat familiare: tra quel
mondo crudo “rustico” e la nostra civiltà “urbana”, c’è stata di mezzo un’apocalisse.
Un giorno Ugo ha preso una noce di cocco e l’ha tagliata a metà, inchiodando due quarti di sfera sotto
le travi della stalla. Ne ha ricavato due nidi artificiali. Ha anche usato una presa di cemento, costruendo
con cura un altro nido; funzionano tutti, le rondini se li sono imbottiti con altrettanta perizia. Hanno
capito tutto.
Ma Ugo è un contadino, figlio di contadini, che appena a nord di Conegliano, dove lo sguardo dondola
tra le colline, cura un podere di 22 campi, “i sette pini” lo chiamano, come se fosse il pan di zucchero
un’arca di Noè di piante, animali e uomini alla pari, senza gerarchia. E senza veleni.
Anche le rondini muoiono di veleni chimici. Ci mettono una quindicina di giorni a covare 4/5 uova, ma
basta una giornata a far fuori tutti i piccoli.
Le rondini adulte possono resistere, i piccoli no, non hanno scampo quando si alza sui vigenti e sui
frutteti la nuvola di trattamenti. Nuvole chimiche che trasformano moscerini, mosche, insetti, tutto il
cibo catturato dalle rondini in bocconi micidiali per la covata.
Non tutta la chimica è letale, c’è chimica e chimica, gente che sa scegliere e gente che non vuole
aspettare. I peggiori prodotti sono quelli che costano meno; sono anche vietati, ma alimentano un
fiorentissimo mercato nero.
Diserbano la vita. Ingannano.
Se la frutta appare tutta sana, la natura ha dato forfait. Per eliminare il ragno rosso, velenoso,
avvelenano il ragno e tutto il resto, facendo incattivire anche i prati: se usi il loro foraggio con una
vacca incinta, l’aborto è sicuro.
In certe serre, eleganti a vedersi, i pomodori crescono a forza di flaconi da tumore. Nemmeno le api
resistono ai fiori irrorati da sostanze a chilo.
Se possono le rondini preferiscono le stalle. Perché soltanto le mosche di stalla sono sane, mangiabili
come dio comanda. Non sono ancora arrivate quest’anno le rondini, nemmeno nel garage a cielo aperto
del mio condominio. Un amico mi ha detto che ne ha viste un paio a Pieve Soligo. (Ho pensato: forse
vanno prima dalle parti di Andrea Zanzotto, che, da poeta, le cose le sa prima).
Se non sono arrivate, vuol dire che l’inverno non è ancora finito. E se fra qualche mese tarderanno a
partire, vuol dire che l’inverno tarderà un po’.
Qualcuno mi dirà: ma con tutti i problemi che abbiamo, che se ne frega se le rondini spariscono piano
piano. A questo qualcuno dico che sbaglia, che non tutto è mercato, prodotto, cifra.
Mormora Ugo: “Vogliono guadagnare tutto e subito, ma che se ne faranno?”
Se oggi, su 100 piazze d’Italia, si parla di rondini è perché siamo noi il problema, non le rondini.
Ha ragione Ugo.

Giorgio Lago