2003 dicembre 21 Parmalat

2003 dicembre 21 – Parmalat

Che cosa c’entra il comune emiliano di Collecchio con le isole caraibiche di Grand Cayman?
Niente, meno di niente, ma a Collecchio nasce la Parmalat che produce un sacco di buona roba
alimentare e a Cayman muore la Parmalat che specula in euro, dollari, azioni e obbligazioni,
tutt’altra linea di prodotto. Quarant’anni di imprenditoria della famiglia Tanzi collassano nella
finanza “offshore”, quella che va in giro per il mondo a cercare capitali stranieri, paradisi fiscali e
business allo stato puro, spesso sganciato dall’attività industriale.
Questo capitolo del capitalismo prima familiare poi finanziario ha qualcosa da dire a tutti. Guarda
caso anche al Nordest.
A una decina di chilometri da Parma, Collecchio ha 12 mila abitanti, cioè un terzo dei dipendenti
del gruppo Parmalat che sono 36 mila, e ha curiosamente la stessa popolazione o quasi delle
Cayman. La sua chiesa parrocchiale non poteva essere intitolata a un santo più appropriato: san
Prospero, meglio di un patrono del benessere e della prosperità.
Melchiorre Tanzi vi fonda un’azienda di conserve e di salami, lasciata poi al figlio Calisto, classe
1938, che fa un po’ di università in economia e commercio. E’ lui che s’inventa la Parmalat
dimostrando una capacità esponenziale oltre che multinazionale di fare le cose in grande con il latte,
il vino, i succhi di frutta, la zootecnia, e perfino con il calcio e con le sponsorizzazioni sportive dal
baseball alla Formula uno.
Sembra un tipo sulle sue, ma globale in testa quando ancora non si diceva così. Entra ogni giorno in
azienda alle 9 e ne esce alle 18. Una volta si compera un panfilo e lo chiama con il latino “Ipsum”,
forse in omaggio a se stesso. Il suo é un vero e proprio romanzo del capitalismo di paese che
conquista il mondo dopo una crescita che sembrava pressoché da manuale.
Gli studiosi hanno sempre distinto due tipi di Nordest socio-economico, quello del cosiddetto
“modello emiliano” e l’altro del “modello veneto”. Il primo fa più sistema, cerca la coesione
territoriale, ha più confidenza politica con gli enti locali, considera la banca un bene di casa come la
famosa “Hausbank” alla tedesca. Il secondo é più individualista, si accentra in azienda o nei 28
distretti produttivi, fa il doppio di fatica nell’aggregare poteri pubblici di cui si fida poco e risorse
finanziarie sul mercato. Ma entrambi i modelli di riferimento, basati sul piccolo e medio fatturato, si
sono dimostrati capaci di enormi risultati.
Per quanto continuino incessantemente a rinnovarsi, a girare il mondo, a esportare, a delocalizzare
produzioni, a muovere e a inseguire capitali ovunque, a cercare di ingrandirsi e a tentare di
competere anche ad armi impari , proprio queste imprese piccole e medie guardano con spavento al
disastro della Parmalat come della Cirio. Non che si chiudano per legittima difesa nel nostalgico
“piccolo é bello” dei pionieri, ma toccano con mano anche la vertigine del diventare grandi e/o
giganti con la benedizione delle banche e la maledizione dei risparmiatori.
Le isole Cayman, possedimento britannico a sud di Cuba, diventano il simbolo di un pericolo che i
tecnici della finanza chiamano “rischiosità”. Orrenda parola questa nella quale ci sta di tutto: il
mistero in luogo della trasparenza, il dubbio al posto delle garanzie, le false comunicazioni, le false
documentazioni, i falsi bilanci depenalizzati, gli avventurosi controlli, le truffe, le società
finanziarie apolidi e fiscalmente furbe.
A guardare bene, un mondo di caimani nel luogo omonimo.Erano note per lo studio meteorologico
dei cicloni; da tempo le Cayman fanno la metà del loro Prodotto interno lordo con i cicloni della
finanza internazionale, come le isole Mauritius, come l’isola di Man, come le Antille olandesi,
come la galassia dei paradisi della finanza che di colpo si rivelano inferni della sana economia.
Anche se quasi nessuno la invoca più, non tira aria buona per l’etica d’impresa. Soprattutto la
Parmalat é un bruttissimo colpo, che fa vivere all’imprenditoria italiana un passaggio nuovo.
Gianni Agnelli aveva una sua tesi sul rapporto tra gli italiani e gli industriali. Secondo l’Avvocato,
ci fu un periodo in cui la gente detestava cordialmente i capitalisti, ma venne il giorno in cui

l’opinione pubblica si convinse che soltanto gli imprenditori avrebbero fatto progredire il nostro
Paese.
Quella in corso é probabilmente una terza, originale fase. Il mondo globale esige un capitalismo
sveglio ed efficiente 24 ore su 24, ma ne esalta anche gli aspetti più spregiudicati, sregolati,
spaesati, sradicati da tutto se non dal business in sé.
I dati statistici di questi giorni dicono sul Nordest una serie di buone cose. Che Belluno é la città più
vivibile d’Italia. Che Verona e Trieste sono in testa per consumi culturali. Che Bolzano ha il più
basso tasso di disoccupazione assieme a Trentino, Veneto e Friuli. Che a Pordenone crescono
ancora le imprese artigiane. Che soltanto la Lombardia ha meno poveri del Veneto, regione
seconda anche per export.
Il Nordest tiene duro e lavora sodo, nonostante la Cina e il resto. Ha anche tempo di pensare, oltre
che alla qualità del vivere,alla qualità del capitalismo. Perché le tante Cayman di turno non si
divorino le infinite Collecchio del lavoro sudato.