1992 settembre 24 Amato: “Un minuto prima di sbracare me ne vado”

1992 settembre 24 – Amato: “Un minuto prima di sbracare me ne vado!”

Proviamo a porci una domanda non all’ordine del giorno. Che cosa accadrebbe se andassimo a votare
domani mattina? Possiamo tentare una risposta: la somma della protesta politica, della rivolta fiscale
e dello scandalo delle tangenti troverebbe sbocco soltanto in schieramenti antisistema.
Nel Lombardo-Veneto che rappresenta l’avanguardia nella spinta al cambiamento, Dc e Psi
uscirebbero dalle urne massacrati. La Lega Nord sfiorerebbe probabilmente la maggioranza assoluta.
I ritardi si pagano carissimi, Bossi non ha dovuto fare né dire nulla di speciale. In tutti questi mesi è
rimasto a guardare; qualche minaccia, qualche battuta da urlatore. Per lui continuano a lavorare i
partiti.
Nessun partito ha cambiato qualcosa di serio. Né un leader, né un apparato né un bilancio. Proclamano
autoriforme che non fanno con il risultato di esasperare l’opinione pubblica.
Questi partiti sono troppo sputtanati e ottusi per trovare udienza nella società quando alla società si
chiedono sacrifici che, in buona parte almeno, rappresentano il costo della partitocrazia. Nessuno può
stupirsi allora se il mondo del lavoro, per definizione ostile a parassiti e clientele, sente come
un’ultima beffa la tassa supplementare dell’inefficienza.
Il malessere viene da molto lontano: il Governo non può ignorarlo con il rischio di isolare dalla base
popolare anche il sindacato! Pur senza dare troppo corpo ai fantasmi, i segnali di Firenze e di Milano
dicono che la protesta ha raggiunto le soglie della rabbia.
Non si tratta ora di cedere, di archiviare il rigore, di ridurre il volume della manovra da 93 mila
miliardi. In gioco è la capacità del Governo di guardare con coraggio dentro le stesse contraddizioni
tra i suoi ministri, dentro i dubbi e le incongruità in materie delicatissime come la sanità e le pensioni.
La forza di qualsiasi Governo si misura oggi con la inusitata debolezza del sistema che lo esprime.
Questa non si chiama demagogia; è realismo puro e semplice che deve spingere a uno sforzo estremo
per recuperare nel decreto quote dimenticate di giustizia sociale.
Qualcuno ha tentato di depistare la questione, come se la colpa dei nostri guai fosse la cattivissima
Germania del marco. Diciamoci le cose come stanno; anche senza Europa la Germania sarebbe prima
in Europa, ma soltanto agganciandosi all’Europa l’Italia può sperare di restare tra i primi.
I guai sono tutti nostri. Dopo anni d’inganni, non è lecito barare anche sui sacrifici.