1993 agosto 15 Chi fa il sindaco saprà fare domani anche il ministro

1993 agosto 15 – Chi fa il sindaco saprà fare domani anche il ministro

La media dei collaboratori del primo ministro Balladur, è di 38 anni. E il suo capo di gabinetto, Nicola
Bazire, ne ha addirittura 35. Nella storia dei governi francesi non era mai accaduto.
Dagli Stati Uniti alla Francia, la politica non ha paura dei giovani, e viceversa. Il talento non ha età,
fuorché in Italia dove nel nome dell’esperienza si consuma il regime più decrepito d’Europa. Peggio
che nella Spagna di Franco o nel Portogallo di Salazar.
Da noi tutto è protetto. Il capitalismo che ha sempre cercato la tutela dello Stato; la classe politica che
ha lavorato esclusivamente per la stabilità di quel capitalismo e di quello Stato.
Nessuno ha avuto interesse a divulgare la politica, che anzi doveva rimanere al chiuso, tra le quattro
mura del Palazzo. I “capi storici” si spartivano i polli da batteria, senza che i giovani avessero esempi
o scuola.
Anche per questo stentiamo a mettere in piazza un nuovo ceto dirigente. La rivoluzione non ha ancora
prodotto i rivoluzionari.
In un Paese affamato di cambiamento, si fa fatica a trovare la faccia di un sindaco pronto all’uso. Chi
aveva cultura di governo, l’ha sfruttata per sgovernare il Paese; chi oggi emerge dal cratere della
protesta, non ha ancora cultura di governo.
Perciò siamo nei guai. Quello che i politologi chiamano il prezzo della transizione, terra di nessuno,
dove contano soprattutto i tempi di reazione. Come finora ha capito soltanto Bossi.
Ripartiamo da zero. Non disponiamo delle grandi scuole di Francia o delle università americane o
inglesi, eppure non è questo il deficit più pesante. Paghiamo soprattutto la degenerazione del
consenso.
Al Sud il voto d’opinione non arriva al 30% surclassato come è sempre stato dal voto di scambio e
dal sottopotere legato dai flussi di denaro pubblico. Al Nord la quarantennale assenza di ricambio ha
generato la cultura dell’anticamera.
Vale a dire la convinzione che alla fine non sarebbe mai cambiato nulla e che la governabilità Dc-Psi
avrebbe per l’eternità garantito interessi e profitti. Tuttora resiste in alcune nicchie della borghesia il
timore che la vecchia partitocrazia sia soltanto ferita, non colpita a morte.
Per strade diverse, Sud e Nord hanno prodotto lo stesso deserto della politica. Il trionfo dello stagno,
la certezza che tutto si compra, il qualunquismo della corruzione come normalità. Su queste basi
nessuna nuova leva poteva cresce, se non per vendersi.
Se davvero crediamo che questa sia la rivoluzione e non una storica sfilata di camaleonti, smettiamola
una buona volta di piagnucolare. In una democrazia a lungo bloccata come la nostra, i ceti politici di
ricambio, bell’e confezionati, non si trovano. Ma ci sono. E’ il sommerso della società che da tempo
non si riconosceva più nella politica e che ora può ricominciare a frequentarla senza vergognarsene.
Quando poco più di un anno fa fu ucciso Giovanni Falcone, un giudice di Palermo disse che la mafia
aveva voluto lanciare un segnale: “Siamo sempre più forti”. Quell’intimidazione resta sempre in piedi
ed è la stessa di uno Stato deviato, di una burocrazia collusa con il malaffare, di una partitocrazia
pericolosa perché finita.
Per essere noi i più forti, delegare non serve più. Non basta reclamare il ceto nuovo, bisogna
contribuire di persona a farlo crescere.
Chi fa il sindaco, domani saprà fare anche il ministro.